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Le donne di Fred,
fra realismo e teatro

Signore, dee, streghe, odalische e popolane: omaggio a Pittino, a Cividale,  in Santa Maria dei Battuti, a vent’anni dalla morte.

Oltre sessant’anni di creatività artistica sono sintetizzati a Cividale, nell’ex chiesa di Santa Maria dei Battuti, dalla mostra Donne nella pittura di Fred Pittino, curata da Giuseppe Raffaelli (fino al 30 ottobre) a vent’anni dalla scomparsa dell’artista. Una trentina di opere, alcune delle quali inedite, articolate in tre capitoli: Donne nella realtà, nella fantasia, nell’intimità.

Nato a Dogna nel 1906, morto a Udine nel 1991, Fred fu maestro di diverse generazioni di artisti. Rispettato, amato, apprezzato per l’autorevolezza “massiccia” e il tratto di epicureismo saggio e cordiale, aprì il suo studio a tantissimi giovani e nel secondo dopoguerra divenne il patriarca dell’arte udinese. Nel 1928 aderì al gruppo di esordienti che si aprivano alle espressioni più vive delle ricerche sperimentali italiane nell’ambito dei movimenti novecenteschi. Le sue prime opere sul tema femminile sono documentate dalle tele Mammina al sesto piano e Ritratto di mia madre – non presenti nella mostra cividalese –, che segnarono l’approdo alla plastica tragicità delle periferie sironiane passata per Cézanne e per il disegno tagliente, dal colore ferrigno, dei pittori tedeschi della Neue Sachlickeit (Nuova Oggettività), tele nelle quali riaffiorano tracce dei personaggi dipinti nel Quattrocento da Gianfrancesco da Tolmezzo sulle pareti delle chiese friulane e carniche.

Trasferitosi a Milano all’inizio degli anni Trenta, Pittino strinse amicizia con i protagonisti della pittura e della critica. Abbandonate le riletture novecentiste, assorbì influssi dell’impressionismo, filtrati attraverso il gruppo dei Sei di Torino, e della Scuola romana. La Signora con cane (1936), collocata in apertura dell’esposizione cividalese, emerge da un ambiente scuro appena intuito avvolta nella veste di un azzurro setoso, marezzato di tremori crepuscolari intrisi di soavità alla Renoir. Il nudo infuocato di Maddalena (1933), con il volto chino sulle ginocchia, nascosto dalla cascata di capelli biondi, sembra risentire dell’intimismo e della sensibilità squisita di Bonnard passati per le eccitate accensioni espressioniste di Scipione e Mafai.

Rietrato in Friuli nel 1940, l’artista si ispirò a un naturalismo affabile e popolare, completamente estraneo alle istanze sperimentali e socio-politiche del neorealismo. Figure in interni domestici rese con taglio cinematografico sono Irma (1943), rappresentata di spalle nel riquadro di un’umile cucina; il piano americano, inquadrato da una finestra, della cuoca di Vecchia trattoria (1952), affaccendata a un bancone zeppo di piatti e di bottiglie; il primissimo piano della Domestica (1953), sormontato da una scaffalatura con stracci, secchie e altri recipienti; il profilo del busto della Suora “cappellona” (1945) accanto a un vaso di dalie. Rifulge nella candida veste il fresco Ritratto di Elena (1947). Un affondo nei personaggi della borghesia conservatrice udinese, acutizzato da punte di affettuosa ironia, viene compiuto in Vecchia signora con bambina (1948), alle cui spalle zampilla un fascio di fiori violetti. Prezioso virtuosismo il pittore esibisce nella Sign ora in bianco e nero (1968), il cui cappotto intessuto di puntolini musivi è commentato da un mazzo di tulipani carmini e violetti.

Tra i Nudi morbidi e opalescenti della sezione dedicata all’Intimità spicca la Fanciulla con pappagallino verde (1969) di lussureggiante eppur limpida sensualità, mollemente adiagiata in un’atmosfera che intride e penetra, con una lieve foschia ocra e cilestrina, la sostanza della forma. La Modella triste (1952) riprende nel titolo la fragile e poetica composizione realizzata a Milano diciassette anni prima, premendo sul tasto di una carnalità stanca e matura. La Rosa bianca (1986) con l’Arlecchino che porge un fiore all’innamorata discinta – così come la serie delle Arianne e dei Bacchi in cilindro sfondato ornato di pampini – canta festosità goderecce temperate da felliniane inflessioni di sottile malinconia e introduce alla sezione dedicata alle Donne della fantasia orchestrate su ritmi teatrali. Si veda il Ratto di Europa (1984) calato nel clima veneziano di Colombine, Arlecchini, Pulcinella e cavalieri serventi in tricorno e mascherina della commedia dell’arte. Nel ciclo delle Meduse, delle Parche, delle Streghe e delle Perseidi (1987) il tratto pittorico aspro e come indurito si cala in una grassa terrestrità da rappresentazione contadina. Ma il vero coup de théâtre è raggiunto nell’Harem

(1976), spettacolare allestimento animato da gruppi di concubine ignude e di odalische velate distribuiti sulla scena fastosamente arredata, che trasferisce il tumultuoso e tragico barocchismo di Delacroix in un clima da opera buffa alla Rossini.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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