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Una mostra ricorda
i novant'anni
dalla nascita di Pasolini 

Il curatore Giuseppe Zigaina commenta le opere dell’amico in mostra a Casarsa. I dolenti autoritratti, il volto consumato di Maria Callas, la Grado di “Medea”

C’è un solco dritto, come nella campagna ben arata, sul fertile terreno della mente di Pier Paolo Pasolini, del quale si ricorda quest’anno il 90º della nascita. Divide i disegni e la pittura degli anni Quaranta maturati dalle lezioni bolognesi di Roberto Longhi dal sofferto e tragico ritorno all'antica amicizia con la carta, teatro della figura a matita e non solo della poesia. Gli autoritratti dolenti del '65, i volti consumati di Maria Callas, i Pali e reti del Safon – isola della laguna, scenografia di Medea – con la valva della conchiglia simbolo e presagio di morte incollata al foglio si inseriscono come traccia di una fine annunciata nella mostra Organizar il trasumanar. Pier Paolo Pasolini cristiano delle origini o gnostico moderno a cura di Giuseppe Zigaina e Daniele Tarozzi (Centro Studi di Casarsa, fino al 31 marzo, catalogo Marsilio). Siamo davanti ai disegni della ricapitolazione e del tormento, non alle opere intrise di velata malinconia che lo portano nel '47 a ottenere il quarto premio nella Mostra triveneta del ritratto dietro a De Pisis, Afro e Zigaina. È l'anno in cui si iscrive al Pci. Giorgio Soavi a proposito di Guttuso raccontava che era comunista con la stessa naturalezza con la quale un altro è pescatore. Pasolini lo era invece con l'ancestrale fatica dei braccianti di Zigaina predestinati alle assemblee sul Cormor.

Incontrare il maestro nella villa di Cervignano significa viaggiare nel tempo perduto e ritrovato, percepire profumi di erba e terra condivisi da Pasolini quando si riposava vicino al caminetto, il suo posto preferito nella casa attigua, scarna ma accogliente con i tavoli in legno da osteria nascosta dalla bruma invernale del Friuli o dolcemente illuminata come una carezza dal tenue sole di gennaio. Nello studio dell'amico Giuseppe è rimasta la presenza dell'assenza, l'eco di una fisicità ormai ridotta a polvere mentre Pier Paolo chiede i colori o il Vinavil, «la colla che usi tu», per unire al foglio il guscio di conchiglia ennesima metafora nel dialogo con la morte.

«Pasolini adopera la presenza e l'efficacia della morte per parlare in un certo modo di sé», spiega Zigaina che teorizza l'uccisione dell'intellettuale quale rito organizzato da egli stesso, regista martire per autodecisione come Daniele Tarozzi titola il suo saggio. Anche Achille Bonito Oliva non sottrae Pasolini alla libertà di scegliere la morte, mentre la storica dell'arte Marisa Vescovo, curatrice di Biennali veneziane con Maurizio Calvesi, sottolinea invece la chiamata ai colori di Pasolini: «È pittore in quanto ci credeva, non è una parte marginale del suo genio a 360 gradi, anche componendo versi è uno che disegna». E si sofferma sui ritratti della Callas delineandone il pathos nella voluta inconsistenza, ponendo in evidenza come Pasolini «ci riporta pur sempre a un'immagine psichica, a un'effige instabile e fantasmica, non reale, creata dalla memoria». Secondo la Vescovo, «il reale scompare sotto il peso dell'operazione mentale e manuale del faber alchimista». La Callas martoriata attraverso l'uso pittorico di materiali naturali diventa «un errore doloroso che si deve esorcizzare».

Ma quale errore? «Maria durante una festa nel mio giardino lo bacia sulla bocca, non sa nulla della sua omosessualità, non ne hanno mai parlato – racconta Zigaina –. Lei lo ama, è convinta che lui la sposerà». E continua: «Pasolini in questi ritratti legge la sfortuna di avere incontrato una donna meravigliosa con la quale non avrebbe mai potuto fare l'amore, era convinto che la Callas conoscesse tutto di lui, purtroppo non si sono capiti». L'amore senza corresponsione consuma subito una relazione più diretta con la morte. Secondo Tarozzi il discorso pittorico di Pasolini è tuttavia sempre legato a qualcos'altro, è un linguaggio – dice citando Roland Barthes – che va oltre i metodi omologati, ovvero si tratta di una linguistica temeraria e innovativa applicata a oggetti non linguistici.

Ci sono tanti modi per dipingere la morte. Ferdinand Hodler nel suo Jugendstil ammantato di gelido bianco come le innevate Alpi svizzere disegna ogni giorno la moglie Valentine Godé Darel mentre il cancro la divora sul letto di dolore. Zoran Music in un ciclo di opere insegue i cadaveri del campo di concentramento. E reitera Ida per mezzo secolo su carta e tela fino a quando, quasi cieco e vicino alla fine, vede la moglie sempre più astratta. Music impiega un'esistenza a dissolvere Ida, Pasolini consuma la Callas in poco tempo. «Pasolini e Music consumano la figura, è un loro lato comune – spiega la Vescovo –, ma la consumazione è qualcosa che aiuta Music a essere attaccato alla vita allontanando la morte, mentre Pasolini con la sua sensibilità avverte che la Callas morirà presto, la sua passione è per il dramma che lei si porta dentro». E corrodendo quel viso il poeta vede la propria fine imminente.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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