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Fontanini, un leader mancato

Chi ha cacciato Pieri Fontanini dal trono della Lega? La risposta è banale: è stato Pieri Fontanini. Se la candidatura di Matteo Piasente, fino a poche settimane fa considerato braccio destro del segretario, è da considerarsi un patricidio, lo è con il consenso di papà

Chi ha cacciato Pieri Fontanini dal trono della Lega? La risposta è banale: è stato Pieri Fontanini. Se la candidatura di Matteo Piasente, fino a poche settimane fa considerato braccio destro del segretario, è da considerarsi un patricidio, lo è con il consenso di papà.

Non è certo merito del più rampante fra i peones padani, né è colpa dell’assessore Claudio Violino, il più potente leghista friulano. Certo i due, assieme con il pordenonese Fulvio Follegot e il triestino Max Fedriga, avranno anche brigato, congiurato, progettato. Ma una cosa è certa: se si fossero trovati di fronte un leader vero, riconosciuto dal suo popolo e forte di un progetto politico, la congiura non sarebbe riuscita. E la Lega non si troverebbe, oggi, a scegliere il segretario nazionale, come lo chiamano loro, fra quattro sconosciuti. Il problema della cacciata di Pieri è tutto di Pieri, insomma. Pieri, il leader mancato. Classe 1952, insegnante di scuola, carattere fermo nei modi ma aperto alla trattativa tanto da prendersi l’epiteto di “democristiano di Padania”, Fontanini dalla Lega ha avuto tutto.

È stato sindaco, consigliere regionale, presidente del consiglio regionale, presidente della Regione, senatore, deputato, presidente della Provincia e segretario nazionale della Lega Nord. Roba da far venire i capogiri. Ma in tutto questo viaggio politico non ha mai scelto davvero chi essere: non è mai stato un politico radicato sul territorio, al contrario del suo storico antagonista Violino, che colleziona tessere, sindaci amici, amministratori, associazioni e categorie. Né è mai stato un visionario dell’autonomismo, come invece suo cugino Sergio Cecotti, che aveva come unico, grande progetto politico la riforma dell’autonomia del Friuli e che ha detto di no alla Lega quando l’anima autonomista era stata schiacciata dagli accordi romani fra Bossi e Berlusconi. È per questo che le medaglie di Fontanini non gli sono bastate a battere Piasente.

È stato il primo presidente di Regione leghista della storia d’Italia, nel 1993, quando il Carroccio aveva il 28 per cento, eppure del suo governo non si ricorda nulla. Per la gente i presidenti leghisti sono stati due: Alessandra Guerra e Sergio Cecotti. Punto. Nel 1994 Fontanini vola a Roma, al Senato, e vi resta – spostandosi poi alla Camera – per tre legislature. Non si ricorda una legge che porti il suo nome, né una riforma che giri soldi o poteri al Friuli. Dopo l’espulsione dal partito in rotta con l’ex segretario Marco Pottino, Fontanini ottiene la seconda chance. Il suo ritorno promette bene, sembra che Fontanini sia cambiato. La vittoria alla Provincia di Udine gli spiana la strada alla segreteria nazionale della Lega, il segnale che Pieri non sarà un semplice amministratore ma un capo spirituale, che guida il partito dalla patria storica del Friuli, cuore dell’autonomismo. Ma è l’ennesima illusione.

Così a pochi giorni dal congresso, Fontanini si accorge che il suo fido Piasente, consigliere provinciale (e funzionario del partito), quello che considerava il suo braccio destro l’ha scaricato ed è pronto a prendere il suo posto, sfidando altri quattro leghisti di fascia B, mai sentiti prima nel gotha del partito. L’epilogo triste di una scalata mai compiuta davvero. L’addio di un capo, che non è mai stato leader.

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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