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Quando i nazisti si arresero
a don Emilio De Roja

Domani la medaglia d’argento alla memoria dell’eroico prete. Grazie a lui Udine fu risparmiata dalle devastazioni tedesche

UDINE. Dopo la fine della guerra, don Emilio De Roja è stato decorato con la medaglia di bronzo al valor militare. Adesso, dopo quasi 70 anni, arriva anche quella d'argento al valor civile, che gli sarà conferita - ormai alla memoria - domani nella “sua” Casa dell'Immacolata in via Chisimaio.

Udine deve molto a don De Roja, che non è stato solo il prete degli emarginati (con tante iniziative - che continuano ancora oggi - a favore dei giovani), ma anche un coraggioso protagonista della Resistenza. Si deve a lui se la città è stata risparmiata dalle devastazioni minacciate dai tedeschi in ritirata. Il 30 aprile 1945 i nazisti se ne sono andati rilasciando gli ostaggi che volevano portarsi dietro e consegnando le chiavi del carcere di via Spalato non a un'autorità politica o amministrativa, ma all'umile cappellano di San Domenico che aveva partecipato alle trattative col Platzkommandantur colonnello Voigt a nome dell'arcivescovo Nogara e dei partigiani.

“I nazisti si sono arresi a don De Roja” è il titolo delle ricorrenti rievocazioni di quelle giornate. Ne scrisse per primo il sacerdote-reporter Francesco Cargnelutti (Preti patrioti, 1947). Ci tornò sopra, diversi anni dopo, Sergio Gervasutti (La stagione della Osoppo, 1981). Si ricordano inoltre, fra le altre, l'ampia biografia di Roberto Tirelli (Dalla parte degli ultimi, 2000) promossa dall'Associazione Amici di don De Roja e le cronache di Luciano Provini (Il Friuli dei colonnelli, 2005).

Ma com'era questo prete partigiano, umile protagonista di importanti pagine della nostra storia? Bella la descrizione che ne fa lo stesso don Cargneluttti: «Sui 25-26 anni, dall'aspetto dimesso e modesto anche di statura». Ma aggiunge: «Questa la maschera. Il volto è un altro». Un personaggio quasi pirandelliano...

Nato a Klagenfurt nel 1919 da genitori emigranti di Buia, don Emilio allora era solo un pretino (“moderatore nel Seminario di Udine”: così viene presentato). Aveva un vantaggio: data la sua origine, se la cavava bene col tedesco. Ottenuto il permesso dell'arcivescovo, cominciò a inserirsi nella rete dei resistenti collegandosi a luoghi e persone (la canonica di San Domenico, il Tempio Ossario di don Vale, il carcere di via Spalato...) Assistendo i prigionieri, divenne amico del capo carceriere De Leonibus e, soprattutto, del professor Hans Kitzmuller, l'interprete dei tedeschi.

Grazie a quest'ultimo, un viennese insegnante di musica, amico del Friuli e dell'Italia (era sposato con la contessa Ceconi di Montececon), don De Roja ha messo a segno, un mese prima della “resa” del 30 aprile, un colpo ancora più clamoroso: la liberazione, con uno stratagemma, di nove partigiani (tra i quali i capi dell'Osoppo Manlio Cencig, Candido Grassi e Alvise di Brazzà), che erano stati arrestati dai tedeschi con un blitz nel castello del conte di Brazzà.

Incredibilmente, avendo i nomi di copertura, non vennero subito riconosciuti. Kitzmuller procurò a don Emilio la copia di un mandato di scarcerazione che il prete riprodusse riuscendo a far arrivare in via Spalato le copie falsificate e, a gruppetti, a far uscire gli arrestati. Quando i tedeschi scoprirono d'essere stati beffati, Kitzmuller si trovò nell'occhio del ciclone. Allora don De Roja, per deviare i sospetti, organizzò un finto rapimento della famiglia dell'interprete viennese da parte dei partigiani. Tutto finì bene e il prezioso collaboratore degli osovani potè mettersi in salvo con un aereo degli Alleati.

Si arrivò così alla sera del 30 aprile 1945 quando i nazisti stavano per lasciare Udine. Avevano minato l'acquedotto in castello, il frigorifero, gli impianti elettrici, telefonici e del gas. E avevano prelevato da via Spalato otto partigiani come ostaggi per coprirsi la ritirata. Tramite la crocerossina Lucia Basaldella e due signore udinesi, Giovanna e Augusta Del Ponte, madre e figlia, molto amiche del colonnello Voigt, don Emilio si trovò nell'ufficio del Comando tedesco di piazzale Osoppo («L'uomo giusto, al posto giusto e nel momento giusto», venne definito). Aveva il placet dell'arcivescovo e una lettera del comando unificato Osoppo-Garibaldi che chiedeva il rilascio degli ostaggi e il rispetto degli impianti della città.

Don De Roja riuscì a ottenere tutto questo. Quando gli ostaggi videro i tedeschi armati con accanto un prete e una crocerossina, credettero fosse giunta la loro ultima ora. Ma appena capirono che erano liberi, si abbracciarono al grido di «Grassie predi!». Anche i tedeschi, ormai in partenza, «erano commossi», annotò don Emilio nel diario riportato da Cargnelutti. Era passata mezzanotte. Secondo atto in via Spalato. De Leonibus venne ad aprire. «Lo saluto - raccontò don Emilio - e gli dico ridendo: “Sono il nuovo direttore delle carceri!”». Infine, il lungo lavoro per selezionare i detenuti politici da far uscire. «Prima le donne - conclude il diario del prete partigiano - e poi gli uomini: scene indescrivibili. Era sorto il sole».

La medaglia d'argento al valor civile arriva a vent'anni dalla morte di don Emilio, avvenuta il 3 febbraio 1992 mentre in via Chisimaio si attendeva la visita di Papa Wojtyla (che giunse tre mesi dopo a rendere omaggio al fondatore della Casa dell'Immacolata). Tale benemerita istituzione, nata nel 1952, compie sessant'anni e questa sarà un'altra

ricorrenza da festeggiare domani. E sarà pure l'occasione per fare il punto sulla causa di beatificazione del “don Bosco del Friuli”, aperta ancora nel 1999. Al suo funerale - ha scritto l'arcivescovo Battisti - «nella bocca di tanti preti e laici ho sentito mormorare: “E' morto un Santo!”».

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