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Cecilia Seghizzi (105 anni): «La mia Grande Guerra»

La musicista e pittrice goriziana rievoca la propria infanzia al campo profughi di Wagna

Una vita che è un carotaggio straordinario nel “secolo breve”, con memorie vissute della Grande Guerra, quella di Cecilia Seghizzi, musicista e pittrice, nata il 5 settembre 1908. Figlia di quel Cesare Augusto che dette vita, tra l’altro, alle raccolte di villotte Gotis di rosade, la veneranda signora vive, sola, in un condominio a Gorizia, da cui esce spesso via Internet, e contempla il prossimo centenario del conflitto con lucidità, misura, e un po’ di disincanto. Era piccola, allora, soggetta a un’educazione che escludeva i bambini dagli argomenti “adulti”, e per quasi tutto il periodo bellico internata nel campo profughi di Wagna, in Stiria, un grande complesso realizzato dall’amministrazione asburgica per ricoverarvi ventimila civili provenienti dalle zone divenute parte del fronte italo-austriaco. Ma la Stimmung e i commenti che circolavano in famiglia emergono radi e nitidi, a distanza di un secolo.

Signora Seghizzi, quali sono i primi ricordi? Che clima c’era, nell’estate del 1914?

«Onestamente ricordo solo un grande fermento. C’era papà che ne parlava con gli amici, Paternolli, Marin, Pocar. Era eccitato, penso per i suoi sentimenti italianissimi. Ma all’epoca, quando i grandi discutevano, i fioi dovevano andare a giocare da un’altra parte».

E l’ingresso in guerra dell’Italia, nel radioso maggio del ’15?

«Di quello ho un ricordo preciso, legato al volo di un aeroplano su Gorizia. Venne salutato festosamente, ma sganciò una bomba che cadde in via Duomo, sul campanile della chiesa, di fronte alla quale abitavamo. La casa rimase in piedi, benché alquanto malconcia, ma si capì subito che sarebbe stato pericoloso rimanere. Tramite una famiglia di amici istriani, mia madre riuscì farci sfollare a Pirano. Papà invece venne sottoposto a visita di leva, dichiarato untauglich, inabile, e assieme a moltissimi altri goriziani trasferito a Wagna, dove in seguito lo raggiungemmo».

Com’era la vita, nel campo?

«Non si pensi a un Lager, c’erano la chiesa, il bazar, le scuole, anche quella di musica, diretta da papà. I laboratori di merletto e di cucito, con le macchine Singer, dove ricordo che parecchie donne friulane vollero confezionarsi il loro costume tipico. “Ste macie de furlane / le pensa, e par fontane / i oceti che le fa. / Po’ a scola andar le devi /de borse e de merleti / cantar come useleti... / de cheba infin le va!”, si cantava nella canzonetta Le fiole de Wagna, musicata da papà. C’erano un coro misto, e un teatrino per i bambini, dove mi sono esibita anch’io. Però la vita era dura a causa della fame – si sa, l’Austria era a corto di derrate – e il villaggio sorgeva in una zona fangosa. Ricordo la preoccupazione di mamma, per il fatto che non avevamo calzature adeguate. In seguito ci sono stati dati i famosi “zoccoli di lacca”».

Com’era, il campo?

Ci si accedeva per cancello ligneo dall’aria vagamente cinese, ma non aveva recinzioni, a parte delle siepi di cespugli. L’impianto era costituito da un reticolo di strade che delimitavano blocchi di baracche. C’erano quelle di serie A e quelle di serie B. Le prime avevano piccoli stalli, che contenevano ciascuno una famiglia, in genere su due piani, con scala esterna. E poi c’erano le Intelligenz Baracke, dove eravamo alloggiati anche noi, rialzate di quattro scalini dal suolo, con una stanza, un cucinino, e il cassone per il carbone, che non mancava mai. Papà aveva anche un armonium».

Ma mancava il cibo...

«Sì, era il grande problema. Venivano enormi marmitte, per la distribuzione, mentre papà, essendo insegnante, aveva accesso a una mensa dove il vitto era un po’ migliore. Portava sempre qualcosa a casa: io gli correvo incontro, e lui mi dava, che so, un pezzetto di pollo...».

Politicamente eravate malvisti, come italiani, forse schedati come “politicamente sospetti”?

«C’era comunque un grande rispetto. E direi anche parecchia libertà. Ho già detto che non potevo seguire i discorsi degli adulti. Ma orecchiavo battute irridenti e canzonette su Cecco Beppe. Quando l’imperatore morì non ci cordoglio, tra noi».

Riguardando a quel mondo, cent’anni dopo, che sentimenti prova?

«Di simpatia, una grande simpatia, cresciuta con il passare degli anni. Abbiamo capito che era stato, quello, un momento di straordinaria cultura. Di civiltà, di ordine, cose che non hanno nulla a che fare con il patriottismo. Vorrei ricordare un aneddoto. C’era, a Wagna, una Luzzatto, giovane e bravissima violinista triestina, che andava a Vienna per perfezionarsi. E, con lei e con il complesso del campo, fu organizzata a Vienna il concerto dei profughi del Litorale. Fu un’esplosione di sentimento nazionale, con i tanti italiani sfollati nella capitale, ma anche con tanti spettatori

di lingua tedesca, che applaudirono calorosamente. Le autorità non badarono alle possibili connotazioni irredentiste, ma allestirono un altro concerto, a Graz, tutto pagato, ovviamente. Che cosa si può dire di una civiltà che sa accogliere così il “nemico”?».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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