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Il ricordo del 6 maggio 1976 | «Ricostruzione? Oggi sarebbe impossibile» VIDEO

Benvenuti, sindaco di Gemona nel 1976, punta il dito contro la burocrazia. «Quale eredità? Coraggio, leggi buone e partiti uniti al servizio della gente»

GEMONA. «Quella ricostruzione, quel modello Friuli divenuto esemplare nel mondo, oggi non sarebbe più possibile. Se la prevenzione, con la mappa dei rischi e un sistema di Protezione civile senza eguali in Italia, è una straordinaria garanzia, e le tecnologie al suo servizio sono eccellenti, dall’altro lato il pachiderma della burocrazia non permetterebbe quelle strategie, quei ruoli e quei tempi. Andate a vedere all’Aquila, andate in Emilia...».

In 10 anni un miracolo. Trentotto anni dopo, Ivano Benvenuti, uno dei sindaci simbolo della ricostruzione, non ha dubbi e sente il dovere sì di commemorare quei mille morti, ma anche di testimoniare il clima, il senso dei valori, di responsabilità e di unione che da quel dramma possono essere trasferiti ad un oggi confuso, smarrito e senza fiato.

Non c’è retorica nelle parole di quello che nel 1976 era da pochi mesi un giovanissimo primo cittadino di Gemona (fino al 1983, quando andò in Regione)e che fu scaraventato nel baratro del dolore. Pochissima esperienza, ma grande coraggio e voglia di rialzarsi dopo un immane disastro cui nessuno era preparato.

Tuttavia, i sindaci e la loro gente vinsero: in 10 anni la ricostruzione era completata al 90 per cento: «È l’eredità lasciata alle giovani generazioni venute dopo, che per loro fortuna si sono trovate a crescere in paesi ricostruiti in tempi rapidi, con risposte precise alle domande di casa, servizi e lavoro», commenta Benvenuti.

Politica e servizio. Nonostante le diverse ideologie (i due grandi blocchi erano il democristiano e il comunista), ci fu un’intesa più forte di qualsiasi accordo scritto.

«Lavorammo tutti insieme, tutti i partiti, ad un obiettivo comune, con il segretario generale per la ricostruzione Emanuele Chiavola e con l’Ufficio operativo centrale (Uoc) - ricorda Benvenuti -. Qui si facevano i ragionamenti sugli interventi, si formulavano proposte: attraverso la capacità tecnica e la saggia mediazione di Chiavola, finivano sui tavoli della Regione, che in tempi brevi e in stretto contatto con lo Stato li trasformava in provvedimenti e strumenti operativi. Comelli era il presidente, Biasutti l’assessore ai lavori pubblici, Varisco quello alla ricostruzione, però agivano in un ottimo meccanismo di relazione e corresponsabilità che andava dal piccolo Comune a Trieste, dal commissario straordinario Zamberletti al Parlamento. Così vennero leggi buone e semplici, responsabilità e ruoli precisi per impiegare gli ingenti fondi che arrivavano».

Quel fossato che non c’era. «Oggi lo scollamento tra politica e cittadini è palpabile, al di là delle idee che possiamo avere. Chi fa la politica in questi anni? Che esperienza sul campo ha? Cosa ha dietro di sé adesso che i partiti hanno altri pesi e prendono strade diverse? Sapranno colmare quel fossato? O serve un altro terremoto per farlo, per ritrovare coesione e valori, responsabilità e servizio? C’è ancora troppo caos in giro, anche nel tentativo di mettere ordine: mi auguro che Renzi vinca la battaglia contro la burocrazia».

Se ci fosse il terremoto oggi? Con la burocrazia del 2014 si ripeterebbe il miracolo Friuli in caso di terremoto? «All’emergenza siamo preparati e la nostra Protezione civile - nata dall’input iniziale di Zamberletti - è oggi la migliore d’Italia. Al di là di questo, saremmo comunque in grado di fare le leggi speciali con questa burocrazia complicata e statica? L’amministrazione pubblica adesso sarebbe in grado di creare il funzionario delegato sindaco e di assicurare una snellezza legislativa agli interventi, puntando tutto su capacità, responsabilità e operatività? Amaramente rispondo che oggi quel modello di ricostruzione non sarebbe possibile. Come non credo possa ripetersi la scena romana in cui fu chiesto al ministro Toros e al presidente Comelli: “Ve la sentite di gestire l’emergenza e la ricostruzione?”. Loro non erano preparati, nessuno lo era, ma dissero di sì. Lo Stato si fidò, la gente si fidò e qui la ricostruzione si può toccare con mano».

I mattoni del vecchio. Il terremoto in un’immagine? Benvenuti ricorda bene quel vecchio con i baffi alla Francesco Giuseppe che in via Stalis, il 9 maggio, stava pulendo e sistemando dei mattoni accanto alla

casa distrutta: «Gli chiesi cosa stava facendo. Rispose: “Siôr sindic, alc bisugne cirî di fâ.

Quella frase spiega perfettamente il senso del fare, del dovere, dei valori e della solidarietà. Questa - lo dico ai giovani - è la vera ricostruzione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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