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Droga al Rototom Sunsplash: assolto l’organizzatore Filippo Giunta

In seguito all’inchiesta il festival lasciò il parco del Rivellino di Osoppo ed emigrò in Spagna

UDINE. «Assolto, perché il fatto non sussiste». Sono bastati cinque minuti di Camera di consiglio al giudice del dibattimento di Udine, Matteo Carlisi, per decidere il finale di una delle inchieste più dibattute degli ultimi tempi in Friuli. Filippo Giunta, 54 anni, anima e testa del “Rototom Sunsplash”, non agevolò in alcun modo, con il proprio comportamento, l’uso di sostanze stupefacenti all’interno del festival. Cioè della manifestazione reggae che, a seguito della bufera giudiziaria scatenatale contro dalla Procura di Tolmezzo, a partire dal 2010, emigrò dalla sede storica del Parco del Rivellino di Osoppo alla nuova piazza di Benicàssim, in Spagna.

La sentenza è stata pronunciata al termine di una discussione che ha visto la stessa Procura convergere verso posizioni pienamente favorevoli all’imputato. Intercettazioni alla mano, il pm ha proposto una diversa lettura dei fatti in contestazione, escludendo l’esistenza di adeguati riscontri alle ipotesi formulate a carico di Giunta e scardinando in tal modo l’intero impianto accusatorio. «Lungi dall’agevolare l’utilizzo di droghe da parte dei clienti – ha affermato il magistrato –, Giunta ha invece modulato con le forze dell’ordine misure, volte a contrastare tutto ciò che era illegale».
I guai erano cominciati dall’edizione del Sunsplash del 2008 e proseguite con quella del 2009. Secondo i carabinieri di Udine che avevano condotto le indagini, l’area era stata adibita a «punto d’incontro di persone che, nel contesto dell’evento musicale e delle connesse suggestioni culturali riconducibili all’ideologia rastafariana che prevede l’associazione tra musica, reggae e marijuana, si dedicavano all’utilizzo di droghe, specie hascisc e marijuana».
Tre, in particolare, le condotte nelle quali gli inquirenti avevano ritenuto di individuare elementi di prova a sostegno della tesi accusatoria. Innanzitutto, la «totale insofferenza per i controlli delle forze di polizia giudiziaria, miranti a prevenire e reprimere il traffico di droga», manifestata in più occasioni da Giunta e accompagnata alla «minaccia di organizzare altrove il festival».

Poi, la segnalazione agli operatori della sicurezza privata della «necessità di vigilare sul solo uso di droghe “pesanti”, che avrebbero potuto portare a situazioni di “overdose”, con ricadute negative di immagine sulla manifestazione». E, infine, la predisposizione di una struttura operativa, da lui stesso pagata e composta da avvocati presenti 24 ore su 24 nel parco, «per intervenire sollecitamente a difesa di chi fosse oggetto di controllo da parte delle forze dell’ordine, al dichiarato fine di assicurare maggiore tranquillità ai partecipanti alla manifestazione».

A quattro anni di distanza dalla formulazione di quel capo d’imputazione, ieri la Procura ha fatto retromarcia. «Vero è che Giunta fosse assolutamente consapevole dell’esistenza del problema – ha argomentato il pm –, ma la minaccia di andarsene non è affatto sintomo di una tolleranza dolosa all’uso di stupefacenti. Nè è emersa con sufficiente chiarezza un’insofferenza ai controlli. Parlando con il sindaco, anzi, naturalmente all’oscuro di essere intercettato – ha aggiunto –, una volta Giunta insistette sulla necessità di tutelare la manifestazione e criticò l’operato della sicurezza privata, che non collaborava con la Polizia giudiziaria».

Anche l’assistenza legale fornita agli ospiti del Sunsplash, secondo il pm, aveva una finalità assai diversa da quella ipotizzata nel capo d’imputazione. «Gli avvocati erano lì, per far fronte alle lamentele di alcuni partecipanti – ha affermato – e aiutare gli stranieri, per esempio, nella compilazione di moduli scritti in italiano». Organizzazione promossa, insomma. «Giunta ha fatto più di quel che le prescrizioni prevedevano – ha concluso il pm –, a cominciare dal fatto di essersi dotato di una security e di avere introdotto un sistema di conservazione dei dati a disposizione della Polizia giudiziaria». Da qui, la richiesta di assoluzione «perchè il fatto non costituisce reato».

Alleggeriti almeno per metà della tensione, i difensori di Giunta, avvocati Alessandro Gamberini e Simona Filippi, di Roma, hanno comunque ribattuto punto per punto alle accuse, spiegando come il servizio legale rapprsentasse semmai «un ostacolo agli abusi e un modo per agevolare la comunicazione tra il pubblico e le forze dell’ordine» e come l’«insofferenza di Giunta, limitata agli ultimi due anni, dipendesse dal fatto che non gradisse la presenza nelle casse di persone estranee al proprio entourage».

Ed evidenziando inoltre come del consumo di droghe fossero consapevoli anche coloro che, di volta in volta, autorizzavano la manifestazione, prefetti e questori compresi, e indicando nello 0,7 la percentuale degli arresti complessivamente effettuati nel 2009 su un totale

di 150 mila visitatori.

La formula di giustizia adoperata dal giudice per chiudere la vicenda li ha premiati. «Dichiarare che “il fatto non sussiste” – hanno commentato i difensori – significa certificare la radicale assenza delle condotte contestate».

 

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