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Richiesta di asilo negata? Ecco il "trucco": il profugo ricorre e resta qui

Centinaia gli appelli al Tribunale e per ottenere una sentenza passano anche 4 anni. L’ultima beffa: le spese per la pratica e per gli avvocati sono a carico dello Stato

UDINE. Due anni, forse tre. Ma possono diventare anche quattro. Quanto basta per bypassare burocrazia con burocrazia. E aprire un’emergenza nell’emergenza. I tempi della giustizia italiana, infatti, ormai li conoscono bene pure i richiedenti asilo e sono il principale viatico per poter restare in Italia anche senza il riconoscimento della protezione internazionale.

E’ ormai una prassi: se la commissione territoriale che esamina le pratiche rigetta l’istanza, scatta il ricorso in tribunale. Facile, perché non costa nulla, visto che paga lo Stato, grazie al patrocino gratuito, quello dedicato all’assistenza legale per i cittadini indigenti.

E intanto il soggiorno nel nostro Paese si allunga, eccome. Dal deposito del ricorso, fino all’esito dell’ultimo grado di giudizio in Cassazione, trascorrono dai due ai quattro anni. Nel mezzo, il limbo, che si chiama permesso di soggiorno per motivi di giustizia: i migranti in attesa del responso del tribunale sono liberi di rimanere sul territorio e hanno diritto all’accoglienza.

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Così, a conti fatti, l’effetto è lo stesso del bollino dello status di rifugiato, che dà diritto a cinque anni di permanenza nel territorio italiano. Il risultato, è un imbuto giudiziario.

Che manda in tilt le strutture di accoglienza, ingolfa le cancellerie di pratiche e fa schizzare i costi sostenuti dallo Stato per l’immigrazione. Gli unici a guadagnarci, in fondo, sono gli avvocati, che intascano tra gli 800 e i mille euro a pratica. Per avere un’idea, basti pensare che attualmente sono circa 30 mila le cause in piedi in Italia per ricorsi presentati dai “mancati” rifugiati, centinaia anche nella nostra regione.

Lo strumento del ricorso, infatti, è ormai uno step naturale per coloro che si vedono negare la protezione internazionale dalle commissioni territoriali competenti. I numeri aumentano, e il fenomeno è «una criticità da superare - a detta del prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento per l’Immigrazione - perché i tempi della decisione del giudice ordinario sono lunghissimi, spesso superano i due anni, e ai ricorrenti va comunque assicurata l’accoglienza».

Tanto che la maggior parte dei dinieghi, si trasforma in azioni di impugnazione davanti al tribunale. In media circa il 65 per cento di chi riceve il niet alla domanda dello status di rifugiato, ricorre. Ed ecco che ai 251 giorni in media che i profughi trascorrono in Italia in attesa che la commissione territoriale trasmetta l’esito della loro richiesta di asilo, si aggiungono gli anni necessari al procedimento. Nel nostro Paese nel 2014, su 13.122 dinieghi sono stati presentati 8.420 ricorsi.

«Ciò significa - ha riassunto il presidente della commissione nazionale per il diritto di asilo Angelo Trovato in una recente audizione alla Camera - che il 65 per cento dei denegati ha impugnato e ha ottenuto un effetto sospensivo. Ma questo è un problema della giustizia». Non solo, perché poi capita che i no dei commissari diventino dei sì al termine dell’iter: «Il magistrato nel 73 per cento dei casi dà ragione al richiedente asilo».

Dati che si riflettono anche a Gorizia, dove ha sede la commissione territoriale che vaglia le richieste si asilo del Friuli Venezia Giulia, ma che fino all’anno corso si sobbarcava quelle di tutto il Triveneto. Nel 2014 qui sono state concesse 120 richieste di asilo, appena l’8 per cento.

A 728 migranti, il 48 per cento del totale, è stata rilasciata la protezione sussidiaria che garantisce tre anni di soggiorno, a 274, il 18 per cento, la protezione umanitaria, che dà il via libera a un anno di permesso. Le altre 416 istanze sono state invece respinte, il 26 per cento del totale.

Di questi almeno il 60 per cento (circa 300 profughi) ha presentato ricorso, senza contare quelli che non si sono accontentati del solo anno di permesso concesso dalla protezione umanitaria.

«E’ vero i tempi si allungano, eppure - dice il deputato del Pd Giorgio Brandolin -, in Friuli Venezia Giulia il percorso è più veloce. Perché non solo la commissione è più rapida nell’esaminare le richieste di asilo, ci mette 4 mesi, ma anche i tribunali sui ricorsi si esprimono mediamente entro 8 mesi».

Ma il nodo resta, soprattutto perché i ricorsi sono destinati ad aumentare, vista la stretta delle commissioni sulla concessone del bollino di protezione internazionale.

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