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La primavera araba raccontata da Giulio Regeni

Il testo di una delle tracce che erano state proposte al concorso dell’Irse “Europa e giovani 2012”

Venti dal Mediterraneo. I venti rivoluzionari che hanno investito i Paesi del Nord Africa hanno modificato gli scenari sociopolitici del Mediterraneo, mettendo anche in risalto la necessità di un ruolo da protagonista dell'Unione Europea. Approfondisci il percorso storico, politico e sociale di almeno due Paesi e traccia auspicabili sviluppi futuri.

Questo il tema della tesina  che aveva vinto il concorso oragnizzato dall'Irse. Questa la motivazione:

"A Giulio Regeni di Fiumicello, MPHIL in Development Studies, Università di Cambridge. Dalla decolonizzazione alle “rivolte arabe”, l’autore ricostruisce il percorso dei popoli nordafricani, nello specifico quello tunisino ed egiziano, verso la conquista dei diritti civili e del benessere socioeconomico. Per costruire un nuovo patto sociale che garantisca la stabilità della regione, viene proposto un intervento dell’UE che abbandoni le spinte neoliberiste e favorisca una crescita armonica delle economie arabe. Ampia bibliografia. Sintesi e videopresentazione in inglese"

di Giulio Regeni

Introduzione

Gli eventi improvvisi che hanno spazzato via i dittatori del Nord Africa sono oggetto di un intenso dibattito all'interno della comunità accademica internazionale. Invece di definirli come una “primavera araba” o delle “rivoluzioni arabe”, il professore di studi islamici dell'Università di Oxford Tariq Ramadan preferisce chiamarli più cautamente delle “rivolte arabe”. Questa scelta è dettata dal fatto che i cambiamenti occorsi sin dal gennaio del 2011 lungo le coste meridionali del Mediterraneo rappresentano un processo di cambiamento il cui risultato rimane incerto.

Per di più, le cause stesse di queste rivolte sono oggetto di intensi dibattiti. In questo saggio intendo presentare una chiave di lettura delle rivolte in Egitto e Tunisia che prenda in considerazione le realtà storiche di queste società arabe, dalla liberazione dal giogo coloniale europeo all'attuale era della globalizzazione. Il mio obiettivo sarà quello di dimostrare che le recenti rivolte popolari non sono un fenomeno nuovo e che rappresentano la progressiva rottura di un patto sociale tra gli autoritari governanti nordafricani ed i loro popoli sottomessi.

Tale spaccatura è dovuta alla trasformazione del ruolo dello Stato da uno di tipo populista (basato sulla distribuzione di benefici sociali alla popolazione) ad uno di stampo neoliberista (basato sulla ritrazione dal ruolo precendente e sulla privatizzazione dell'economia). Quest'analisi è di particolare rilievo per l'Unione Europea e le politiche estere comunitarie, poiché è solamente attraverso la realizzazione di un nuovo patto sociale in grado di affrontare le problematiche sociopolitiche della regione che si getteranno le basi per un rapporto stabile, duraturo e vantaggioso tra i Paesi del bacino del Mediterraneo.

Decolonizzazione e Stato populista

La fine del periodo coloniale rappresentò per molti Paesi del mondo arabo un momento liberatorio pieno di speranze e di voglia di cambiamento, dopo anni di lotte nazionalistiche. In Egitto, l'indipendenza fu raggiunta il 23 luglio 1952 attraverso il colpo di stato architettato dai Liberi Ufficiali dell'esercito, capitanati dal Colonnello Gamal Abdel Nasser, che portò alla fine della presenza inglese in Egitto e della monarchia. Nasser divenne il primo egiziano a tutti gli effetti alla guida del Paese dopo 2.500 anni.

Nonostante il suo regime assunse sin da subito un carattere autoritario, il suo carisma, i miglioramenti nella qualità della vita della popolazione, una politica estera incentrata sull'unità araba ed il suo ruolo nel movimento non allineato durante la guerra fredda conferì all'Egitto un ruolo di spicco negli affari internazionali.

Il socialismo arabo promosso da Nasser venne adottato anche dal leader tunisino Habib Bourguiba che usci vittorioso dalla lotta d'indipendenza contro i francesi, grazie al supporto dell'Unione Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT), oltre che dei proprietari terrieri e dei commercianti. In entrambi i Paesi, il movimento di liberazione nazionale era strettamente collegato a quello dei lavoratori, dal momento che scioperi, occupazioni ed altre azioni di protesta facevano parte del repertorio di lotta contro la dominazione europea.

Il risultato di tale coalizione fu la creazione di un'ideologia nazionalista e populista basata sul supporto delle masse dei lavoratori, dei contadini e della piccola borghesia, in un processo di sviluppo mirato a raggiungere la piena indipendenza economica.

Una differenza rilevante tra i due Paesi è data dal rapporto che si instaurò tra Stato e movimento sindacale. Mentre l'UGTT crebbe sino a diventare la più potente forza d'opposizione al potere autoritario di Bourguiba, i lavoratori egiziani non ebbero mai una struttura sindacale di riferimento indipendente dal sistema di potere.

Lo studioso Robert Bianchi spiega che, mentre prima del 1952 il movimento dei lavoratori egiziano era organizzato su una base pluralista e sprovvisto di una struttura gerarchica, in seguito lo Stato cooptò le associazioni dei lavoratori tramite la loro corporativizzazione. In cambio del supporto al regime, l'influenza dei movimenti operai crebbe notevolmente e nel 1957 venne creato un sindacato generale, la Federazione Egiziana dei Sindacati (ETUF), con l'obiettivo di rappresentare i lavoratori all'interno della macchina statale.

Sia per Bourguiba che per Nasser il supporto di questa categoria dei lavoratori era indispensabile ai fini di lanciare un progetto ambizioso di politica industriale che facesse raggiungere alle nazioni arabe i livelli di progresso dei Paesi occidentali.

E' attraverso quest'ottica che va esaminato il patto sociale che venne ad instaurarsi tra io Stato populista di quegli anni e le classi sociali meno abbienti. Infatti, il supporto dei lavoratori era reso possibile dal monopolio statale sulla retorica della giustizia sociale e sull'assegnazione di benefici quali aumenti di paga, sussidi, istruzione gratuita e la certezza di un lavoro.

Questo rapporto padronale è conosciuto in arabo come dTmuqratiyyat al-khubz (democrazia del pane), dove il termine "pane" sta ad indicare un'economia morale del poveri, ovvero una situazione nella quale il regime autoritario può contare sul supporto popolare solo finché è in grado di provvedere alle necessità essenziali della popolazione.

Tuttavia, Il punto debole del modello arabo-socialista, e nella fattispecie di quello egiziano e tunisino, fu proprio quello di distribuire le già scarse risorse finanziarie su due fronti: sulla realizzazione delle aspirazioni delle classi popolari e sulla trasformazione del settore industriale legato agli schemi dello sviluppo capitalista.

L'incapacità dello Stato di incanalare le proprie risorse in maniera produttiva e con una visione strategica a lungo termine determinò il collasso del sistema populista. In ogni caso, dal punto di vista dei lavoratori, l'importanza di questo esperimento stava nel fatto che per la prima volta poterono conoscere e godere dei diritti di cittadinanza universali.

Con questa maturata consapevolezza poi, nel corso degli anni, i lavoratori risposero con violente reazioni popolari al mancato rispetto dei patti sociali da parte dei regimi nordafricani, com'è il caso anche delle recenti rivolte in Egitto e Tunisia.

Austerità e rivolte popolari

Il catastrofico risultato della guerra tra Egitto ed Israele del 1967 aprì un margine per la riconsiderazione del sistema socialista e per la prima espressione di malcontento popolare dal raggiungimento dell'indipendenza. Il 30 marzo del 1968 Nasser rettificò le sue precedenti politiche per mezzo di un manifesto che prometteva soluzioni tecnocratiche al malessere economico del Paese. La morte di Nasser nel 1970 e l'arrivo di Anwar Sadat alla guida dell'Egitto misero in moto un processo di avvicinamento agli interessi strategici statunitensi e di allontanamento da quelli sovietici.

Sia in Tunisia che in Egitto gli anni 70 furono caratterizzati dal ripiegamento dello Stato dalle sue precedenti responsabilità sociali, nel tentativo di ridurre i pesanti deficit accumulatisi negli anni dell'esperimento socialista, per mezzo di politiche di austerità. L'insieme delle politiche adottate in questa fase di svolta sono conosciute come Infitah (apertura), un processo inteso ad aumentare il flusso di investimenti stranieri nell'economia attraverso la deregolamentazione del mercato interno e la privatizzazione delle industrie statali.

L'applicazione di politiche di libero mercato in Tunisia ed in Egitto in quegli anni aumentò drasticamente la loro dipendenza verso l'importazione di prodotti alimentari dall'estero e portò ad un ulteriore indebitamento nei confronti dei Paesi creditori. Il venir meno dello Stato al suo precedente ruolo di pacificatore sociale comportò l'aumento delle diseguaglianze sociali e della disoccupazione.

Così, con la progressiva alienazione delle classi sociali subalterne, le stesse che avevano inizialmente dato supporto ai regimi, si portò a compimento una prima fase di ridefinizione del precendente patto sociale. Il risultato di tale politiche sarà l'esplosione di rivolte del pane (intifàdàt al-khubz), contro i governanti e le loro nuove politiche di austerità, che provocheranno la reintroduzione dei diritti precedentemente raggiunti dalla popolazione.

Ai fini di facilitare la transizione da un'economia pianificata ad un'economia di mercato, il governo egiziano chiese l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale (FMI). In cambio del proprio supporto, l'istituto finanziario impose tagli alla spesa del budget ed in particolare dei sussidi alimentari su cui dipendevano molte delle famiglie egiziane. 1117 gennaio 1977 il governo annunciò il dimezzamento dei sussidi sui beni di consumo di base da 554 a 276 sterline egiziane.

Quest'azione avrebbe determinato aumenti sul prezzo del pane (50%), dello zucchero (25%), del tè (35%) e del gas (50%), oltre che ad aumenti sui prezzi del riso, dell'olio da cottura, della benzina e delle sigarette. In risposta all'azione del governo, i lavoratori delle fabbriche di Hilwan e gli autotrasportatori di Alessandria diedero il via a dei disordini che si diffusero tramite il passaparola in tutto il Paese.

Le proteste dirette contro il regime ed il FMI comportarono l'uccisione di 79 dimostranti e l'arresto di altri 1200 da parte delle forze di polizia, e raggiunsero una tale intensità da costringere Sadat a ripristinare immediatamente i precedenti sussidi. Di particolare rilievo risultò essere il carattere spontaneo ed autonomo di queste furiose proteste, che si sparsero a macchia d'olio senza alcun contributo organizzativo da parte dei sindacati, degli islamisti o di movimenti d'altro tipo. Una reazione popolare cosi radicale non si faceva sentire dal rogo del Cairo del 26 gennaio 1952, in reazione alle violenze perpetrate degli occupanti inglesi.

Per quel che riguarda la Tunisia, si scatenarono una serie di dinamiche simili con l'attuazione di politiche di aggiustamento del deficit all'inizio degli anni '80. Verso la fine del 1983, il governo tunisino decise di implementare una serie di riforme di austerità con l'obiettivo di migliorare la propria performance economica, in seguito a pressioni ricevute dal FMI ed altri creditori. Come risultato, il prezzo dei beni di consumo essenziali quali il pane e la farina più che raddoppiarono.

Quest'azione generò risentimento e rabbia popolare determinati da questioni di disuguaglianza sociale, disoccupazione e povertà, oltre che da un senso di margìnalizzazione politica enfatizzata dalla nuova realtà dello Stato neoliberista. Nei primi giorni di gennaio del 1984, le proteste raggiunsero un tale livello da ingolfare completamente il Paese, che vide la partecipazione di un nuovo gruppo sociale: quello dei giovani disoccupati. Fu la loro presenza alle proteste che allarmò di più il governo e che espose agli occhi dei tunisini i punti deboli dello Stato autoritario.

Dapprima il governo rispose alle rivolte come sempre aveva fatto, causando almeno 50 morti tra i dimostranti. In seguito, il 6 gennaio 1984 Bourguiba apparve in televisione e promise la cancellazione dell'aumento sui prezzi e la reintroduzione dei precedenti sussidi. Come nel caso dell'Egitto queste rivolte seguirono una tendenza del tutto spontanea, senza l'intervento di alcuna forza politica antagonista al regime.

Il traguardo raggiunto dalla popolazione tunisina fu ben più consistente di un semplice ritorno ai benefici stabiliti tramite un sorpassato patto sociale. Infatti, i tunisini ottennero a breve la riconfigurazione del sistema politico con l'assunzione del ruolo di Presidente da parte di Zine El-Abidine Ben Ali e l'apertura del Parlamento a nuovi partiti. Quindi, le rivolte del pane del 1984 dovrebbero venir interpretate come la rivendicazione dell'autonomia politica ed economica del popolo tunisino, tanto dai tiranni interni quanto da inferenze politiche esterne. Ciò che è ulteriormente importante è l'inserimento di tali eventi all'interno di un'ottica globale.

John Walton e David Seddon calcolano che tra il 1976 ed il 1994, un totale di 146 proteste esplosero contro l'attuazione di riforme di austerità in 39 dei paesi in via di sviluppo più indebitati, raggiungendo un picco tra il 1983 ed il 1985. E' quindi evidente che le riforme introdotte dal FMI in gran parte del Sud del mondo abbiano generato reazioni di rigetto molto forti, di cui i governi in carica della loro implementazione divennero il massimo bersaglio.

Rivolte orientali e Unione Europea

Gli ultimi 25 anni videro l'accelerazione di riforme di mercato in Nord Africa in un contesto di stagnazione politica. A tal riguardo, la studiosa Michelle Angrist argomenta che i cambiamenti politici apportati da Ben Ali al sistema politico tunisino nella fase di transizione degli anni '80 furono di carattere puramente estetico.

Di fatto, solamente i partiti politici "moderati", cioè sottomessi alla volontà del partito dominante furono inclusi nel sistema elettorale, mentre gli "estremisti" islamici furono prima esclusi dal sistema politico e poi perseguitati. A questo quadro profondamente antidemocratico si aggiunse l'implementazione del primo Piano di Aggiustamento Strutturale (PAS) del 1986, fortemente voluto dalla Banca Mondiale.

Tale accordo portò all'ulteriore integrazione della Tunisia nell'economia globale ma anche alla crescente polarizzazione della società tunisina tra ricchi e poveri e alla sempre minore autosufficienza economica.

In Egitto, in seguito all'assassinio di Sadat nel 1981, Hosni Mubarak divenne il nuovo Presidente in carica. Sotto la sua guida lo Stato si distanziò sempre di più dalle politiche welfaristiche che avevano contraddistinto il regime di Nasser, mantenendo però il carattere corporativo di un autoritarismo che si faceva forte del proprio controllo sulla società civile e sulle istituzioni statali. Inoltre, a causa della fine del boom petrolifero nel 1984, insorse la difficoltà del governo a finanziare importazioni essenziali quali il grano.

Fu in questo scenario di crisi debitoria che il governo egiziano accettò il PAS della Banca Mondiale e del FMI in cambio della ristrutturazione del debito, una decisione che comportò riforme quali la liberalizzazione del commercio, la privatizzazione del settore pubblico e la riduzione della spesa pubblica.

Il politologo Nazih Ayubi considera che la privatizzazione del'ampio settore pubblico in Tunisia ed Egitto, in seguito ai PAS, non segui ad una valutazione empirica dello stato d'efficienza economica o a pressioni esercitate da imprenditori locali. Piuttosto, la privatizzazione delle aziende pubbliche fu il risultato della crisi fiscale dello Stato e delle pressioni degli istituti finanziari ad adeguarsi alle aspettative internazionali. Le conseguenze di ciò furono tra le cause principali delle rivolte che portarono alla capitolazione dei dittatori nordafricani.

In Egitto, il periodo tra il 2004 ed il 2011 vide l'accelerazione delle politiche neoliberiste associate agli istituti finanziari internazionali sotto la guida di un governo capeggiato dal figlio di Hosni Mubarak, Gamal, e da altri uomini d'affari.

La vendita di importanti aziende statali (ben al di sotto del valore di mercato) ed il licenziamento di molti lavoratori, portarono ad un aumento esponenziale di scioperi, sit-ins ed altre forme di protesta da parte di settori economici sempre più ampi, sia pubblici che privati.

Lo storico Joel Beinin calcola che, dal 1998 al 2011, circa 2 milioni di lavoratori (e lavoratrici) presero parte a scioperi generali che riguardarono quasi tutti i rami dell'economia, articolando richieste di giustizia sociale e riforma politica. Questa esplosione di partecipazione democratica avvenne nel contesto di uno Stato autoritario in cui persino i sindacati fungevano da strumento di controllo del regime.

La normalizzazione del concetto di protesta, poi, portò all'emergenza di movimenti politici giovanili acclamati dai media internazionali, quali Kifaya e Aprii 6 (quest'ultimo prende nome da un sciopero operaio violentemente represso nel 2008). Fu in quest'atmosfera di mobilitazione popolare generalizzata che si accesero i recenti eventi di protesta oramai impressi nella memoria collettiva; che non vanno letti come la prova di un "risveglio" del mondo arabo ma bensì come l'evoluzione di un ciclo storico di proteste intese a liberare il popolo arabo da governanti autoritari ed intromissioni esterne.

Questi fatti impongono una riconsiderazione del ruolo che l'Unione Europea (UE) dovrebbe giocare nelle sue politiche verso il Nord Africa, viste le vicinanze culturali e geografiche che da sempre accomunano le due sponde del Mediterraneo, in tal senso, l'UE potrebbe svolgere una funzione strumentale nel supportare un modello di sviluppo che tenga in considerazione i grandi cambiamenti in corso nella regione.

Leggendo i working papers divulgati dalla Commissione Europea negli ultimi anni, risulta chiaro che l'Europa stia portando sempre maggiore attenzione al Nord Africa per mezzo della propria Politica europea di vicinato e di vari progetti di cooperazione allo sviluppo, stilati per rispondere alle esigenze più impellenti dei popoli egiziano e tunisino.

Tuttavia, ora che una finestra di opportunità si è aperta per una democratizzazione reale della regione, l'UE dovrebbe assistere questi Paesi non solo attraverso politiche di alleviamento della povertà ma anche garantendo loro una piena indipendenza economica, che vada al di là delle interferenze occorse in passato da parte dei grandi istituti finanziari. Economisti dello sviluppo quali Ha-Joon Chang e Robert Wade enfatizzano l'importanza che una politica industriale incentrata sulla protezione delle industrie nascenti ricopre per i Paesi emergenti, all'interno del processo di integrazione nel mercato globale.

Tale considerazione è suffragata dal fatto che quasi tutti i Paesi avanzati dei giorni nostri (includendo l'Italia, gii USA, la Gran Bretagna e la Germania) adottarono con successo politiche protezionistiche per promuovere le loro industrie strategiche nel corso del proprio sviluppo. Questa libertà decisionale è imprescindibile dalla libertà conquistata dal mondo arabo con l'eliminazione dei propri tiranni. In questa svolta dalle politiche neoliberiste starebbe l'atto di solidarietà più significativo verso l'emancipazione del mondo arabo; e ciò rappresenterebbe un vero vento di cambiamento in tutto il Mediterraneo.

Conclusioni

Il percorso storico delle recenti rivolte in Tunisia ed Egitto rivela quanto i processi di partecipazione e contestazione popolari siano riconducibili alla trasformazione del ruolo dello Stato nel corso del tempo, e soprattutto al suo abbandono delle fasce più vulnerabili della popolazione. Un elemento che emerge con forza è l'aspirazione del popolo nordafricano ad ottenere conquiste quali la giustizia sociale e la democrazia, soffocate sin dall'era della decolonizzazione dai regimi autoritari.

Il momento attuale di ridefinizione degli equilibri sociopolitici del Mediterraneo offre la possibilità di correggere le asimmetrie di potere presenti nella regione che ne limitano lo sviluppo, attraverso un nuovo patto sociale tra le istituzioni ed il popolo che renda il Nord Africa finalmente libero da ingerenze esterne e dittature interne. Con tali considerazioni ben chiare, l'UE dovrebbe cogliere quest'opportunità per correggere tali asimmetrie di forza, in virtù della propria posizione strategica e del suo retaggio culturale.

Ciò prevederebbe necessariamente la riconsiderazione di quelle riforme neoliberiste che hanno avuto un effetto così negativo sulla popolazione araba, ai fini di ridarle una maggior autonomia decisionale.

La posta in palio è molto alta: si tratta di decidere se il futuro del Mediterraneo sarà di convergenza o di conflitto, di prosperità condivisa o di decadimento. La capacità che l'UE ha saputo finora dimostrare nell'unire popoli in conflitto lascia sperare che la scelta sarà ben ponderata.

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