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Terremoto a Gemona: «Recuperai i lacunari di Amalteo e le altre opere d’arte»

Mauro Vale racconta come salvò dalla pioggia e dai crolli anche i libri antichi: «I vigili si muovevano come scoiattoli, assieme a loro smantellammo il soffitto»

GEMONA. Salvò i lacunari di Pomponio Amlateo dall’acqua che dopo il 6 maggio minacciava la loro conservazione, entrò a palazzo Boton e recuperò i cartolari antichi, staccò le pale d’altare della chiesa della Madonna delle Grazie.

Mauro Vale, studioso e appassionato d’arte, è uno degli “angeli” del patrimonio storico-artistico di Gemona, quello «che aveva resistito al terribile flagello e che stava per essere vinto dall’acqua banale e consueta».

Fu lui, con l’aiuto dei vigili del fuoco, ...

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GEMONA. Salvò i lacunari di Pomponio Amlateo dall’acqua che dopo il 6 maggio minacciava la loro conservazione, entrò a palazzo Boton e recuperò i cartolari antichi, staccò le pale d’altare della chiesa della Madonna delle Grazie.

Mauro Vale, studioso e appassionato d’arte, è uno degli “angeli” del patrimonio storico-artistico di Gemona, quello «che aveva resistito al terribile flagello e che stava per essere vinto dall’acqua banale e consueta».

Fu lui, con l’aiuto dei vigili del fuoco, a mettere in salvo i lacunari dipinti nel 1533 da Pomponio Amalteo, allievo del Pordenone, che decoravano il soffitto della chiesa di San Giovanni - oggi eccezionalmente esposti a Villa Manin -, minacciati dalle piogge che si abbatterono sulle macerie dopo il 6 maggio.

«Chiesi subito al Comune come potevo essere utile. Ero stato consigliere fino all’anno prima e nel 1976 ero presidente della Civica biblioteca Glemonense, non potevo darmi pace al pensiero che la storia della mia città andasse persa per sempre.

Ad affidarmi l’incarico di recuperare le opere di proprietà del comune fu l’allora assessore alla cultura Adriano Londero». Iniziò così per Vale un’esperienza unica, che lo portò negli edifici gravemente danneggiati dal sisma al fianco di militari, vigili del fuoco e giovani volontari del Gruppi archeologi italiani (Gai) guidati da Antonio Borrini, in una corsa contro il tempo per salvare ciò che i crolli non avevano già distrutto.

«La confusione era tanta - racconta Vale - c’erano gente, militari e volontari al lavoro per salvare vite umane e mettere in sicurezza edifici. Decisi di partire accompagnato da un paio di soldati. La prima meta fu palazzo Boton, la sede del Comune. Salii nell’ufficio del sindaco e recuperai dall’armadio che conteneva l’archivio storico i cartolari del XIII-XIV secolo, alcuni reperti di epoca romana e monete antiche.

Ricordo che li buttavo giù dalla finestra ai militari che li attendevano sotto con una coperta tesa. Tutta la parte dell’archivio dal 1400 in poi, compresa quella corrente, si trovava nella sala della giunta e fu salvata nei giorni successivi dall’allora assessore Ezio Bruno Londero, recentemente scomparso, il quale poteva contare su un maggior numero di uomini».

Quello che stava a cuore a Vale, era recuperare le opere uniche, non replicate. «Le opere d’arte municipali - aggiunge - erano concentrate nelle chiese Beata Vergine delle Grazie e San Giovanni, e nella pinacoteca del santuario di Sant’Antonio, dove erano esposti i quadri del lascito Fantoni Baldissera.

Erano opere provenienti da Austria e Germania, che la vedova del pittore gemonese Luigi Fantoni, attivo nell’impero austro-ungarico fino a fine Ottocento, donò al Municipio nel 1903 grazie a don Valentino Baldissera.

Del patrimonio ecclesiale gemonese, si stava già occupando don Rino Calligaris, aiutato dal genio della Germania Occidentale, dai ragazzi del Gai e dai volontari friulani: furono loro a sgomberare il duomo e le altre chiese di Gemona».

Le prime tele a essere messe al sicuro furono le pale degli altari di Madonna delle Grazie, che vennero collocate nell’ex chiesa di San Francesco a Udine, come il resto del materiale.

A preoccupare Vale, tuttavia, era proprio il soffitto dell’Amalteo. Il tetto della chiesa di San Giovanni era seriamente compromesso dal crollo del campanile e le intemperie avevano cominciato a danneggiare i lacunari. «I santi e le sibille si inzuppavano a vista d’occhio - scrive Vale nel suo “Ricordi di un testimone”-, perdendo i contrasti dei colori, i contorni del disegno e la definizione delle forme». 

Determinante fu «l’aiuto di un giovane ingegnere romano, che era a capo di una squadra di Vigili del fuoco - prosegue -. Capì l'importanza delle opere e inviò alcuni uomini a coprire il tetto con i teli. Ma fu solo dopo aver liberato la via dalle macerie che i vigili del fuoco riuscirono ad arrivare con l’autoscala e potemmo così smantellare il soffitto. I vigili si muovevano come scoiattoli, nonostante le frequenti scosse».

«Fu un recupero prodigioso - osserva -, ai vigili del fuoco e ai giovani del Gai, che passarono al setaccio le macerie in cerca anche dei più piccoli frammenti, dobbiamo la nostra gratitudine. Come non possiamo dimenticare il restauro finanziato dal Lions club di Regensburg (Germania) e di Camposampiero (Padova)».

Vale recuperò, grazie al coraggioso intervento di Pierluigi Sindici, pure i registri battesimali che monsignor Emilio Trigatti conservava nella camera della pericolante canonica.

«Mi occupai dei libri della biblioteca civica - aggiunge -, compresi gli incunaboli e le edizioni del 1500-600, che furono accolti a Gorizia da Otello Silvestri, allora direttore della Biblioteca statale Isontina, il quale aveva organizzato una squadra per pulirli dai calcinacci, asciugarli dall’acqua. A luglio tornai al lavoro, ma l’amore per l'arte e per la mia città natale continuarono a impegnare ogni mio momento libero».