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Fusione dei Comuni, in 10 anni 9 progetti sono passati solo tre referendum

La Regione bloccò Attimis-Faedis, caso simile a Gemona-Montenars

UDINE. L’imbarazzo del giorno dopo. Anche se la maggioranza degli elettori di Gemona e Montenars ha approvato la fusione tra i due comuni, il no della piccola Montenars apre una fase politica nella quale il Comune “ribelle” pensa ancora di poter giocare la partita dell’autonomia.

Spera di convincere il Consiglio regionale a bocciare l’istituzione del nuovo comune. La giunta Serracchiani ha 60 giorni di tempo per presentare la proposta. Montenars fa leva sul fatto che, nel 2007, la fusione tra ...

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UDINE. L’imbarazzo del giorno dopo. Anche se la maggioranza degli elettori di Gemona e Montenars ha approvato la fusione tra i due comuni, il no della piccola Montenars apre una fase politica nella quale il Comune “ribelle” pensa ancora di poter giocare la partita dell’autonomia.

Spera di convincere il Consiglio regionale a bocciare l’istituzione del nuovo comune. La giunta Serracchiani ha 60 giorni di tempo per presentare la proposta. Montenars fa leva sul fatto che, nel 2007, la fusione tra Attimis e Faedis è stata bloccata proprio dalla Regione.

Nove anni dopo, però, sono cambiate le condizioni e l’assessore agli Enti locali, Paolo Panontin, avverte: «Finora, la Regione ha sempre rispettato gli esiti del referendum, reputo e ritengo che lo farà anche in questa occasione dove, a norma di legge, il voto è a favore della fusione».

Negli ultimi 10 anni, in Friuli Venezia Giulia, dei nove progetti di fusioni presentati solo tre sono andati in porto: Campolongo al Torre e Tapogliano, Rivignano e Teor, Arzene e Valvasone. Bocciate dai cittadini, invece, le previste fusioni tra Arzene, San Martino al Tagliamento e Valvasone, tra Azzano Decimo e Pravisdomini, tra Monfalcone, Ronchis e Staranzano, tra Codroipo e Camino e tra Tramonti di Sopra e Tramonti di Sotto.

In questo momento, però, sotto i riflettori finisce il caso di Attimis e Faedis dove, nel 2007, fu Attimis, il Comune più piccolo, a respingere la proposta approvata, come nel caso di Gemona-Montenars, dai due consigli comunali. Allora fu la giunta Tondo a preferire la voce della gente piuttosto che quella dei sindaci, Maurizio Malduca e Franco Beccari, favorevoli alla fusione.

La scelta venne motivata dallo scarto che era davvero minimo: ad Attimis i no prevalsero per 78 voti, mentre a Faedis i sì vinsero per 134 preferenze. Di fronte a questi numeri la giunta bloccò l’iter e non fece mai arrivare in Consiglio il progetto di fusione. Nel caso di Gemona e Montenars la situazione è un po’ diversa perché sia la vittoria del no che quella del sì è stata schiacciante.

A Montenars, il piccolo Comune immerso nella natura incontaminata, dove risiedono poco più di 500 anime, il no prevale per 134 voti, a Gemona, la capitale del terremoto, i sì superano i no di 2.073 voti. Domenica, dei 12.801 aventi diritto al voto si sono recati alle urne 3.664 elettori. Il 76,60 per cento ha detto si, il 23,40 ha bocciato la proposta. Una decina le schede nulle, nove le bianche.

Su questi dati ragioneranno i politici. «Aspettiamo la presentazione del progetto» si è limitato a dire il presidente del Consiglio regionale, Franco Iacop, lasciando intendere che, ieri, a Trieste e a Udine erano in corso altri confronti. Magari sull’esito del voto a Codroipo e a Monfalcone.

E se a Montenars i sostenitori del no non hanno alcuna intenzione di abbassare la guardia, nel resto del Friuli si continua a guardare alle fusioni con una certa diffidenza. Lo confermano le altre proposte rimaste sulla carta perché non hanno trovato il consenso dei cittadini.

A prescindere da chi aveva presentato la proposta di fusione, il voto dei cittadini è andato nella direzione opposta rispetto al risultato sperato. Visto l’esito del referendum, anche se lo scopo resta nobile perché unire le forze significa razionalizzare le spese e garantire servizi efficienti a tutti, sono in molti a chiedersi: «È ancora opportuno investire nei progetti di fusione con il sistema del referendum?». E la risposta non può che essere: «Lo prevede la Costituzione».

Resta il fatto che il legislatore ha previsto la scappatoia assegnando al Consiglio regionale la facoltà di ribaltare il risultato uscito dalle urne. Senza contare che le Uti (Unioni territoriali intercomunali) favoriscono la condivisione e la gestione comune dei servizi nell’area vasta. Un obiettivo che alla lunga potrebbe placare la voglia di fusione che ancora continua a serpeggiare in alcune zone. Staremo a vedere.

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