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Ex banche popolari, altolà degli industriali sul nodo risarcimenti: "Soldi anche alle Spa"

La Confindustria di Treviso e quella di Vicenza all’unisono contro l’esclusione. Ma Mion (Bpvi): «Acquistarono azioni e avevano consapevolezza del rischio»

PADOVA. Confindustria storce il naso alla proposta di transazione di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. E accusa: «Non sono comprese le società di capitali e questo creerà un nuovo danno alle aziende del territorio». Così Maria Cristina Piovesana, leader degli industriali di Treviso e Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza.

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Nel regolamento, è ben spiegato, non sono comprese Spa, Srl, Srls, Sapa ma nemmeno Consorzi e Cooperative. Così i prospetti delle offerte di transazione delle due banche. E il presidente della Bpvi Gianni Mion spiega anche il perché di questa scelta.

«Le società di capitali verranno affrontate caso per caso ma si presuppone che vadano distinte perché essere dovrebbero avere una competenza finanziaria per investire.

Anche se hanno comprato titoli sopravvalutati o con rischi, devono e dovevano essere consapevoli di quei rischi. Questi casi - continua Mion - verranno considerati azienda per azienda, come ha già annunciato Fabrizio Viola». E ieri sera l’ad Bpvi ha ribadito: «Troveremo di certo un momento di approfondimento puntuale sulle questioni importanti che pongono gli industriali».

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Ma qualcosa non convince. Piovesana riconosce la bontà della proposta nel «riconoscimento morale del danno subito dagli azionisti» e dà adito al fatto che, «ancorché le speranze degli azionisti fossero legittimamente per valori superiori», «l’offerta ha una sua dignità dal punto di vista finanziario».

Ma è proprio in questa prospettiva che per Piovesana, «non è comprensibile perché siano state escluse le società di capitali che detengono azioni delle due banche, spesso per importi significativi. Per queste aziende, e sono in molti casi le piccole e medie Srl manifatturiere che caratterizzano il nostro tessuto produttivo, al danno della perdita si aggiungerebbe la beffa di un peggioramento del loro merito di credito».

Così anche Luciano Vescovi, che fino ad aprile 2016 è stato membro del Cda di Banca Nuova, la controllata siciliana di Bpvi. Vescovi riconosce l’obiettivo di «avviare un effettivo nuovo corso e riconquistare la fiducia dei soci e del pubblico».

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Per questo, dice, «l’offerta» non è da respingere a priori». Ma «l'assenza delle società di capitali è importante per il tessuto economico e finisce col penalizzare molte imprese due volte: la prima perché le lascia fuori dalla possibilità di accedere alle procedure di richiesta del rimborso tombale; la seconda perché queste società, trovandosi a dover mettere in bilancio le perdite legate alla banca, potrebbero alla fine avere un impatto negativo a livello di rating bancario».

«Un danno potenzialmente grave - continua Vescovi - e un costo occulto con riflessi a cascata sulle prospettive di sviluppo e le capacità di investimento delle aziende». Vescovi si augura che le società di capitali «vengano inserite almeno nella categoria degli azionisti cosiddetti “scavalcati” che avevano presentato richiesta di vendita delle azioni, e che saranno oggetto di un’azione separata. In caso contrario - precisa - non resterà che proseguire nelle azioni legali già eventualmente considerate o intraprese».

Vero è, conclude il presidente berico, «che se tutte le azioni contro la banca dovessero andare avanti, ci sarebbe il concreto pericolo che la Bpvi non possa avere quel futuro che invece tutti auspichiamo». In questo caso, la soglia del raggiungimento dell’80% diventa, dice Vescovi, «una spada di Damocle sulla vicenda» che carica di «ulteriore tensione e preoccupazione gli azionisti».

Anche per Piovesana «l’80% è una soglia elevata», ma spiega la presidente «per ripartire, su basi e prospettive nuove, ogni transazione rappresenterà un problema in meno e comunque un messaggio di fiducia, che è il primo e vero capitale di cui queste banche hanno bisogno».

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