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«Portavo da mangiare ai deportati sui treni»

Clelia Messina, 99 anni, racconta come aiutava i prigionieri in stazione a Udine «Erano disperati, chiedevano aiuto. Da allora non ho più visto un film di guerra»

Aveva 28 anni, viveva in via Medici e ogni giorno sentiva le voci dei prigionieri uscire dai convogli fermi in stazione a Udine. Era il 1945 e i treni erano diretti nei campi di concentramento nazisti. Oggi Clelia Messina ha 99 anni (è nata il 13 novembre 1917) e una mente lucidissima che non tradisce i suoi ricordi di giovane donna che, 72 anni fa, in sella alla sua bicicletta, chiedeva l’elemosima ai contadini di Cussignacco e Pradamano per sfamare i deportati. Clelia ripercorre quei giorni con un rigore impressionante. Lei che nel dopoguerra si trasferì con il marito, Pino Rotondo, a Roma, non ha mai dimenticato quei volti spaventati tra le fughe dei carri merci. È una delle ultime testimoni di quel gruppo di donne coraggiose che soccorrevano i prigionieri. Ricorda e progetta il compleanno che organizzerà a novembre per festeggiare un secolo di vita trascorso tra l’affetto dei suoi cari. «Parlare, ridere e viaggiare», rivela è il segreto dell’eterna giovinezza.

Sono da poco passate le 9 quando suoniamo al campanello di via Pola. Clelia, da qualche giorno, è ospite della nipote Gabriella Biondani. Abito rosso scuro, pashmina chiara e piglio deciso ci accoglie in salotto. Qualche minuto appena e inizia a raccontare una pagina di storia fatta di guerra, disperazione e tanto coraggio. «Sapevo che i treni provenienti dalla Germania si fermavano un’ora, alle volte due in stazione a Udine. Dentro quei carri i giovani chiedevano aiuto». Clelia non riusciva a ignorarli, a cancellare dalle mente quelle grida. Ne parlò con l’amica del cuore, Nerina Del Bianco, ed assieme entrarono in azione. «Andavamo nelle campagne a chiedere l’elemosina ai contadini: “Avete qualcosa da darci per i prigionieri?”. Qualcuno apriva le dispense, altri erano più restii a farlo, ma io insistevo perché sapevo che i contadini non facevano la fame. Quando rispondevano “no vin nuie” mi venivano i nervi». In quei casi giocava d’astuzia: «Provate a pensare se su quei treni fossero i vostri figli», diceva e anche i più duri mettevano nei cesti formaggio, pane, salame e verdure. Clelia e l’amica allacciavano le borse sui manubri delle biciclette e si dirigevano verso casa, dove preparavano le porzioni. «Mi aiutavano mia mamma e mia sorella, ma nessuno toccava niente perché quello era il cibo dei prigionieri».

All’ora stabilita le due donne, con i cesti pieni, andavano in stazione e aspettavano quel maledetto treno. «I primi carri avevano le sbarre orizzontali e tra quelle sbarre vedevamo quei poveretti molto bene. “A me, a me” gridavano allungando le mani». Clelia racconta senza esitazione, rallenta un attimo solo per sottolineare che la guardia tedesca, con il fucile in spalla, le lasciava fare. Tutto filò liscio fino al giorno in cui Clelia e Nerina vennero fermate con un pentolone di minestra. «Era fuggito un prigioniero e da quel giorno sostituirono i carri ferroviari più aperti con quelli chiusi, dotati di un unico finestrino in alto, che utilizzavano per trasportare i cavalli». In stazione c’era il caos, ma Clelia si avvicinò ugualmente, voleva a tutti i costi distribuire la minestra. «Mi chiamavano mamma, ma quando tentai assieme ad altre di dargli da mangiare una guardia sparò. Il proiettile ci sfiorò le gambe. Fummo costrette ad andarcene». Tace Clelia. Le riaffiora l’eco di una voce «“qui c’è uno che sta male, sta morendo”. Avremmo voluto soccorrerlo, ma non potemmo farlo». Quelle immagini e quelle voci sono impresse nei suoi ricordi, difficile dimenticare tanta ferocia. «Da allora - rivela - non ho visto nemmeno un film di guerra alla Tv, l’abbiamo provata e sappiamo cosa vuol dire», aggiunge rifiutando tutto quello che ha a che fare con le armi.

Durante l’occupazione nazista non era facile neppure per Clelia sbarcare il lunario. Da via Medici, dove viveva con la famiglia, fu costretta a trasferirsi a Cussignacco, in un luogo distante dai punti sensibili come la stazione. Ricorda i bombardamenti, compresa la bomba che le distrusse parte della casa. Rievoca i tragitti percorsi in bicicletta per raggiungere la macelleria di Molin Nuovo. «Nascondevo - rivela - la carne sotto il sellino e con la mia parlantina evitavo i controlli e il pagamento del dazio». Nonostante la fame e la miseria, Clelia non perse mai la passione per la musica. Ancora oggi, a 99 anni, quando si sente sola suona il pianoforte. Le melodie l’aiutavano a guardare avanti: «Avevo il marito in guerra, così pure mio fratello e il fidanzato di mia sorella. Venne un giorno in cui ci ritrovammo senza più un soldo. Mia madre era disperata e io avevo un figlio da sfamare». In famiglia con tutti gli uomini al fronte, Clelia per coraggio e determinazione svolgeva il ruolo del maschio. Prese il coraggio a quattro mani e si diresse in municipio. Busso a una porta, dall’interno una voce disse “avanti” era quella del prefetto. «Gli descrissi la nostra situazione, gli dissi che non avevamo più una lira e che rischiavamo di morire di fame. Lui aprì il cassetto e mi consegnò una busta con alcune banconote». Clelia non ha mai dimenticato quel gesto di umanità in mezzo a tanto terrore. Continua a raccontare

storie come queste ai nipoti e ai pronipoti. È il suo modo di dire no alla guerra. Lo fa con il sorriso sulle labbra, progettando viaggi e nuove cose da fare. «Questo - ripete - è il segreto per festeggiare in gran forma i 100 anni». Lo farà a novembre, a Udine.

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