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Un piano-casa per battere la crisi

Il progetto dell’Afe prevede un investimento della Regione di un miliardo: basterebbe per riqualificare tutto il patrimonio privato. In Fvg 300 mila abitazioni vuote. Sandro Fabbro: riutilizzarle genera ricchezza

UDINE. Un piano casa per combattere la crisi economica. È la proposta arrivata ieri nell’ambito del primo degli appuntamenti della seconda giornata di Future Forum. A lanciare l’idea è l’Afe, l'Associazione Friuli Europa, attraverso il suo vice presidente Sandro Fabbro.

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Un’idea che si basa sull’osservazione dell’esistente: «In Friuli Venezia Giulia ci sono 300 mila edifici costruiti prima degli anni Settanta – ha sottolineato Fabbro –, ipotizzando di riqualificare dal punto di vista energetico anche solo un terzo del patrimonio con un intervento medio di 50 mila euro, si genera un piano da 5 miliardi, di cui uno di spesa pubblica regionale e il resto dai privati».

A discutere del tema assieme a Fabbro, dopo i saluti del componente di giunta camerale Graziano Tilatti, anche Alessandro Colautti, componente della IV commissione consiliare regionale; Roberto Muradore, segretario generale della Cisl dell’udinese e della Bassa friulana; Roberto Contessi, capogruppo della sezione “Industrie costruzioni edilizie” di Confindustria Udine, intervistati dal caporedattore vicario del Messaggero Veneto Paolo Mosanghini.

Secondo Fabbro, «negli ultimi anni la capacità della regione di produrre ricchezza ha subito un arretramento più forte che in altre regioni: è 15ª in termini di perdita di Pil. Occorrono dunque almeno due misure di investimento, una di breve e una di lungo periodo, per uscire dalla gabbia in cui il territorio è finito».

Stando ai dati del Fondo monetario internazionale relativi al 2015, il Pil del Friuli Venezia Giulia dal 2008 al 2014 ha perso il 14 per cento del suo peso. Restando nell’ambito del Nordest il Fvg è la regione che ha prodotto il ruolino di marcia peggiore, 15ª su 20 a livello nazionale. L’obiettivo del “Piano straordinario regionale anticrisi” (che sarà presentato nei dettagli operativi il 3 marzo dall’Afe) è, prioritariamente, «il forte rilancio dell’occupazione attraverso la rigenerazione del capitale territoriale regionale.

Le risorse per finanziare il Piano – ha precisato Fabbro – dovrebbero essere prevalentemente private, attivate da una significativa leva finanziaria pubblica regionale». Un impegno, per il bilancio regionale, di almeno 200 milioni l’anno, per Fabbro «del tutto sostenibile». Inutile pensare di costruire ex novo, secondo il numero due dell’Afe, alla luce dell’enorme patrimonio inutilizzato in Friuli Venezia Giulia. Stando ai dati Istat relativi al 2011, il 3,6 per cento del patrimonio immobiliare era inutilizzato. Parliamo di circa 300 mila case vuote, che potrebbero essere riutilizzate.

Da considerare anche che tra il 2013 e il 2015 gli emigrati iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero passano, in Friuli Venezia Giulia, da 162 mila 203 a 172 mila 88 con una crescita di 9 mila 885 unità che incidono, sui residenti, per il 14,09 per cento dove in Veneto, per esempio, lo stesso indicatore è pari al 6,9 per cento, stando ai dati pubblicati nella Regione in cifre (2016).

«Quindi il Friuli Venezia Giulia è oramai uscito dalle medie del Nordest perché è maglia nera di un intero territorio – rimarca Fabbro –. Se leggiamo assieme suolo, insediamenti e popolazione, non possiamo che concludere che, essere tra i perdenti della globalizzazione, si traduce in una forte contrazione del capitale territoriale e che siamo, forse da più di una decina d’anni, dentro una fase di forte deterritorializzazione.

Poiché il capitale umano si sta impoverendo più velocemente che nel resto d’Italia e d’Europa e gli insediamenti sono in buona parte sottoutilizzati oppure obsoleti con intere aree che si spopolano».

Dal Piano lanciato dall’Afe, che tenta di rimettere in piedi le sorti economiche di un territorio, passerebbe il doppio beneficio della «messa in sicurezza del patrimonio esistente esposto a rischio sismico», ha sottolineato Fabbro. Ma ci vuole un cambio di passo in tutto il sistema, hanno convenuto tutti i relatori, a partire da una burocrazia che si è avvitata su se stessa, a discapito di cittadini e imprese.

E non solo. Secondo Muradore, «per costruire oggi il futuro della regione va compresa la specificità dei singoli territori. E non l’abbiamo ancora fatto. Ma ricette uguali per diseguali sono sbagliate».

E se per Contessi dovremmo anche cominciare a guardare a chi fa meglio di noi, come il Trentino Alto Adige, con tutte le differenze del caso, Colautti ha evidenziato come quella regione abbia «messo un filtro nella contribuzione al debito nazionale. Fino al 10 per cento e poi – ha detto con una metafora – lo Stato deve “suonare loro il campanello” e chiedere il permesso. Mentre noi non abbiamo messo una soglia. E questa è una battaglia da fare».

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