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Lotta allo spreco alimentare, Diana conquista New York 

L’architetto di Buttrio insieme con una collega di Belluno vince il concorso. Il progetto riguarda la costruzione di un mercato tra i rifugiati in Kenya 

BUTTRIO. Si sono aggiudicate il primo premio sbaragliando la concorrenza (circa 700 partecipanti) con il progetto di un mercato alimentare nel campo profughi kenyota di Kakuma. Loro sono Diana Paoluzzi, di Buttrio, e Ambra Chiaradia bellunese di Ponte nelle Alpi. Il plastico “Water Wall” è risultato vincitore del concorso internazionale “Place and Displacement A Marketplace in Refugee Settlements”, selezionato tra oltre 340 proposte da un’autorevole giuria internazionale costituita da alcuni dei più influenti ed affermati architetti, professori, dirigenti di Ong e politici del mondo.

Tema del concorso era quest’anno la lotta allo spreco alimentare. «Viviamo nel paradosso – spiega l’architetto di Buttrio –. Di fronte alla grande quantità di cibo prodotta che potrebbe sfamare la popolazione mondiale, il 40%, in particolare in Africa, vive allo stremo e malnutrita per la mancanza di tecnologie». La giuria ha invitato nei mesi precedenti i giovani progettisti di tutto il mondo a presentare le loro idee per un mercato alimentare innovativo rivolto ai rifugiati di guerra di tre differenti contesti a scelta: Zaatari in Giordania, Kakuma in Kenya e Berlino in Germania.

Il plastico che riproduce il mercato...
Il plastico che riproduce il mercato alimentare tra i rifugiati in Kenya

Il progetto “Water Wall” «vuole regalare ai profughi – illustra Diana Paoluzzi – una tecnologia semplice da realizzare e sfruttando come risorsa il clima caldo secco delle zone che spesso viene visto come uno svantaggio». Water Wall riguarda uno speciale muro che, raccogliendo l’acqua durante la stagione delle piogge, utilizza il sistema dell’evaporazione per mantenere i cibi freschi e reperibili in luoghi fragili del mondo, e si propone come la matrice principale per la costruzione di un mercato alimentare nel campo profughi kenyota di Kakuma, che accoglie 160 mila persone, in gran parte donne e bambini. «La temperatura all’interno di questo “frigo naturale” è di circa 20 gradi – spiega il giovane architetto – e permette di non sottoporre a degrado i cibi, ma di mantenerli».

«Questo modello potrebbe essere riproposto – conclude Diana Paoluzzi – anche in luoghi caldi, come la Sicilia. In Kenya verrà realizzato un modulo che verrà costantemente monitorato. Coinvolgeremo in questa prima fase anche la popolazione locale che potrà produrre frutta fresca, mangiarla e venderla a prezzo di mercato. Abbiamo anche un contatto con finanziatori per il campo profughi in Giordania».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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