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Massimo Russo: dare di più è la nostra promessa

Massimo Russo, direttore generale divisione digitale Gruppo GEDI

L'intervista al direttore generale della Divisione digitale del Gruppo Gedi

Proviamo a immaginare un giornale come una piazza, magari proprio piazza San Giacomo a Udine o piazza della Motta a Pordenone. Al centro tanti gruppi: c’è qualcuno che discute di politica, chi parla di calcio, qualcuno chiede notizie sulle tasse. Ecco il Messaggero Veneto prova, ogni giorno, a rispondere a tutti i dubbi. Ci basta? No, vogliamo fare di più. Ne abbiamo parlato con Massimo Russo, direttore generale divisione digitale del gruppo Gedi.

Direttore, cosa vuol dire “membership” e come ...

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Proviamo a immaginare un giornale come una piazza, magari proprio piazza San Giacomo a Udine o piazza della Motta a Pordenone. Al centro tanti gruppi: c’è qualcuno che discute di politica, chi parla di calcio, qualcuno chiede notizie sulle tasse. Ecco il Messaggero Veneto prova, ogni giorno, a rispondere a tutti i dubbi. Ci basta? No, vogliamo fare di più. Ne abbiamo parlato con Massimo Russo, direttore generale divisione digitale del gruppo Gedi.

Direttore, cosa vuol dire “membership” e come si incastra questo progetto nel futuro dell’informazione?

«Per guardare al futuro faccio un passo indietro nel passato. I giornali, soprattutto quelli locali, sono sempre stati gli specchi di una città. Prima le storie, le lotte, i racconti venivano riassunti in un unico oggetto, materiale, ovvero il giornale di carta. Ora quel prodotto, con l’avvento del digitale, si è spaccato in mille frammenti di comunità e mezzi di informazione. Una galassia di voci in continuo mutamento: prima il quotidiano, poi il computer e l’accesso alle notizie via desktop, poi il cellulare. Tutto potrebbe sparire nell’arco di poco tempo. Bisogna fermarsi e porsi una domanda: qual è la forza di un quotidiano come il Messaggero Veneto? Le persone che lo leggono e la fiducia che ripongono in ogni parola trascritta».

Quindi è un modo per “riacchiappare” chi ha smesso di credere nell’informazione tradizionale?

«Non solo, è una promessa che facciamo loro. Con la membership noi chiediamo al lettore di scegliere il nostro giornale, di iscriversi e accedere ai nostri servizi. Noi, d’altro canto, dobbiamo fornire un servizio eccellente. I lettori non devono essere più solo occhi che leggono ma anche voci che intervengono. Ancora una volta sfogliamo i quotidiani delle nostre città: qui nascono le grandi inchieste e le battaglie dei cittadini, dalla pedonalizzazione di un’area all’apertura di un’ospedale, fino a leggi di rilevanza nazionale».

Il mondo digitale, come abbiamo detto, è un po’ un oceano dove arrivano tante correnti. In che modo un progetto di membership ci permette di capire che siamo nella corrente giusta e non in un mare di false notizie?

«Come sempre, in tutti i cambiamenti, c’è un lato oscuro e uno illuminato. Così è il mondo dell’informazione digitale. La concorrenza è spietata e tra il nostro giornale e un altro c’è solo un click. Puntiamo alla nostra reputazione, alla rilevanza che il Messaggero Veneto ha per la sua comunità. Ripartiamo da una base consolidata per rimetterci in pista. Bisogna sempre dare di più. L’abbiamo promesso ai nostri lettori».

Ci sono altri esperimenti, fuori dall’Italia, che hanno fatto della membership un punto di forza?

«Negli Stati Uniti tantissimi giornali locali e testate nazionali hanno scelto questa formula per riavvicinarsi al proprio pubblico. Il Guardian soprattutto con approfondimenti, corsi specifici per i lettori, risposte attente alle loro domande. E come in tutti i mercati è un do ut des: dietro la membership c’è un meccanismo di guadagni, i guadagni creano lavoro e il lavoro ci permette di perseguire l’obiettivo del nostro mestiere: essere, insieme alla comunità, il cane da guardia del potere».

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