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C'era una volta una città con otto cinema

Alla scoperta degli angoli della città che non ci sono più. A Udine c’erano otto sale: l’Ariston in via Aquileia, il Capitol in piazzale Osoppo, il Centrale in via Poscolle, il Cristallo in piazzale Cella, il Ferroviario in via Cernaia, il Puccini in via Savorgnana e l’Odeon in via Gorghi

UDINE. Le vecchie sale cinematografiche che hanno visto nascere amori, sfilare migliaia di persone, darsi appuntamento il sabato sera o la domenica pomeriggio, che hanno sopportato le lunghe file all’esterno per accaparrarsi un posto in prima fila che fine hanno fatto?

In città c’erano otto sale: l’Ariston in via Aquileia, il Capitol in piazzale Osoppo, il Centrale in via Poscolle, il Cristallo in piazzale Cella, il Ferroviario in via Cernaia, il Puccini in via Savorgnana e l’Odeon in via Gor ...

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UDINE. Le vecchie sale cinematografiche che hanno visto nascere amori, sfilare migliaia di persone, darsi appuntamento il sabato sera o la domenica pomeriggio, che hanno sopportato le lunghe file all’esterno per accaparrarsi un posto in prima fila che fine hanno fatto?

In città c’erano otto sale: l’Ariston in via Aquileia, il Capitol in piazzale Osoppo, il Centrale in via Poscolle, il Cristallo in piazzale Cella, il Ferroviario in via Cernaia, il Puccini in via Savorgnana e l’Odeon in via Gorghi.

Poi sono arrivati i multisala che, così come hanno mietuto vittime nel mondo del piccolo commercio, hanno avuto lo stesso effetto sulle sale cinemqatografiche.

Udine, viaggio per immagini tra i cinema del passato


In città si è aggiunto il cinema multisala Visionario di via Asquini, ricavato nel complesso realizzato negli anni Trenta su progetto dell’architetto Midena.

Oggi, i cinema attivi sono solo tre: il Visionario, il Centrale e il Diana. «Visto che quest’ultimo da sempre proietta esclusivamente film vietati ai minori e che nei mesi estivi il Centrale è chiuso, rimane solo il Visionario a offrire una programmazione convenzionale a una città di circa centomila persone», spiega il fotografo Massimo Rizzi che ha voluto ricordare questi cinema, ed è andato a vedere che cosa è accaduto con il passare degli anni. Luoghi dimenticati, abbandonati, senza cura, lasciati in mezzo alla polvere e alle ragnatele. E anche passando dalla strada colpiscono questi edifici ormai senza personalità.

«Il punto non riguarda infatti il settore della distribuzione cinematografica, ma la città stessa – rileva il fotografo Massimo Rizzi che per il Messaggero Veneto ha curato il servizio fotografico –. Un tempo, quando i negozi chiudevano, le vie della città erano illuminate dalle luci dei cinema e quando si usciva, molto spesso era proprio al cinema che si andava.

Ci si andava certamente perché attratti dal titolo proposto, ma anche semplicemente per aggregarsi, condividere un’esperienza, respirare l’atmosfera della città e mescolarsi tra i suoi abitanti. Le sale, distribuite omogeneamente nel territorio comunale, arricchivano e davano un senso a intere zone, altrimenti scarsamente frequentate», fa notare Rizzi.

«Nel lento ma progressivo processo di desertificazione di Udine, dal suo depauperamento di tutte quelle attività sociali con compito di intrattenimento e aggregazione, senza locali dove ascoltare musica, ballare o vedere film, la città ora offre solo locali pubblici, peraltro quasi tutti concentrati nel suo cuore – mette in evidenza Rizzi –. Chi abiterà le sere oggi, quali luci illumineranno le nostre notti? Basteranno i grandi festival di pochi giorni, ricchi di eventi e attrazioni, a compensare la perdita della socialità quotidiana?». Certo, un interrogativo sulla città e sul suo futuro.

«Grazie alle foto satellitari disponibili su Internet, che ritraggono la città dall’alto, è possibile apprezzare quello che forse dalla strada non è immediato: con le loro sale, i foyer, i vani tecnici e di servizio, corridoi e, in alcuni casi, torri di scena e camerini, i cinema occupano una grande superficie del suolo comunale, un importante spazio vuoto da rivitalizzare», dice ancora il professionista.

E quindi cosa c’è da aspettarsi per il futuro? Forse non che riaprono le porte sbarrarate ormai da decenni. Ma un nuovo percorso per edifici che hanno fatto la piccola storia di una città di provincia.

«Le sale sono di proprietari privati. L’augurio – dice Rizzi – è che all’interno di un ampio e definito progetto di rivitalizzazione della città, questi siano sensibilizzati e incentivati a fornire un’alternativa che riproponga, anche con altre attività, il significato sociale e culturale delle precedenti».

Immagini in bianco e nero non per un’operazione “nostalgia” ma per riflettere sulla città, sulle sue potenzialità, su ciò che si potrebbe fare, su ciò che è stata o che sarà.

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