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Alla scoperta della storia nel cimitero di San Vito di Udine, visita guidata coi lettori

La visita proposta alla comunità dei lettori NoiMv fa ristabilire un contatto di conoscenza e affetto con un luogo sacro la cui costruzione cominciò nel 1817, proprio due secoli fa, dopo che la direttiva, affinché le sepolture avvenissero fuori delle mura cittadine, era stata data da Napoleone, apparso da queste parti nel 1797 e poi nel 1805

UDINE. Una volta, dentro il cimitero monumentale di San Vito, anche si nasceva. Il custode era tenuto ad abitare nell’edificio con i muri di sassi, situato dietro la chiesa.

Lui aveva l’ufficio al pianterreno mentre con moglie e figli risiedeva nell’alloggio sopra. Figli che dunque, come si usava fino a qualche decennio fa, nascevano in casa, proprio in mezzo al camposanto. Il che avvenne negli anni Venti quando il custode, noto in città come “sior Gildo”, ottenne questo lavoro dopo essere to ...

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UDINE. Una volta, dentro il cimitero monumentale di San Vito, anche si nasceva. Il custode era tenuto ad abitare nell’edificio con i muri di sassi, situato dietro la chiesa.

Lui aveva l’ufficio al pianterreno mentre con moglie e figli risiedeva nell’alloggio sopra. Figli che dunque, come si usava fino a qualche decennio fa, nascevano in casa, proprio in mezzo al camposanto. Il che avvenne negli anni Venti quando il custode, noto in città come “sior Gildo”, ottenne questo lavoro dopo essere tornato con un’invalidità dalla Grande Guerra.

Il Comune sorteggiò i posti disponibili, più o meno ambiti. In ballo c’erano il castello, il campo Moretti, le scuole, altri luoghi pubblici, e il cimitero di San Vito. “Sior Gildo” finì lì. Poi si sposò, ebbe tre figli e ci rimase per quarant’anni. Quando andò in pensione, Arturo Manzano gli dedicò sul Messaggero un articolo affettuoso, con tanto di foto: vecchia pagina di giornale rimasta tra i cimeli di famiglia.

Le storie che si possono cogliere tra tombe e lapidi offrono un intreccio attraverso il quale leggere le vicende di un piccolo mondo antico che sa sempre lanciare messaggi ai contemporanei. È in questa atmosfera che si calerà la visita in programma dopodomani (mercoledì 26), dalle 17.30 alle 19, quando la scrittrice Elena Commessatti farà rivivere le pagine del suo “Genius loci” dedicate a San Vito. Il libro, uscito nel 2013, ampliava gli articoli proposti dal 2010 sulla cronaca udinese del Messaggero Veneto.

In occasione dei due racconti sul cimitero, Elena venne accompagnata da Gabriella Bucco, storica dell’arte, che la guidò lungo vialetti ricchi di nomi da citare, capaci di far intuire anche il carattere della gente di qui.

La visita proposta alla comunità dei lettori NoiMv fa ristabilire un contatto di conoscenza e affetto con un luogo sacro la cui costruzione cominciò nel 1817, proprio due secoli fa, dopo che la direttiva, affinché le sepolture avvenissero fuori delle mura cittadine, era stata data da Napoleone, apparso da queste parti nel 1797 e poi nel 1805. Il progetto fu affidato all’architetto Valentino Presani, lo stesso del pronao della basilica delle Grazie. Ma lui, ricordato in una lapide come “autore del camposanto”, non vide la fine dei lavori. Nato il 18 aprile del 1788, morì il 18 aprile del 1861 mentre l’opera richiese quasi un secolo di impegno.

Su questo e molto altro si inoltrerà il racconto di Elena Commessatti. Tra i punti di maggior interesse possiamo elencarne alcuni. Sotto il porticato, c'è la tomba di Pisana di Prampero, la giovane udinese, moglie dell’imprenditore e chimico Luigi Chiozza, che suggerì a Ippolito Nievo il nome per la protagonista delle “Confessioni”. Morì di parto mentre l’amico stava scrivendo il suo romanzo.

E poi ci sono le sepolture di udinesi famosi come Arturo Malignani o i fratelli Basaldella, quest’ultima derubata di una scultura di Mirko. Tra le tombe bisognose di restauro c’è, transennata, quella della famiglia D’Aronco, dove si trovano i resti del grande architetto Raimondo, mentre disadorna appare quella su cui è scritto solamente “Bonaldo Stringher e suoi”. Stringher era il ragazzo che, nato in Pracchiuso e partito dal niente, divenne il primo governatore della Banca d’Italia. Un omaggio spetta anche alla lapide di Antonio Marangoni, morto nel 1885. Da piccolo commesso seppe trasformarsi in ricco commerciante a Vienna.

Lasciò al Comune un fondo cospicuo destinato «a giovani studiosi e fanciulle nubende». Grazie a lui si formarono tanti artisti come gli stessi Basaldella e le ragazze povere ebbero un futuro sicuro. Marangoni appartiene alla schiera dei filantropi che diede slancio alla Udine in altri tempi. Storie infinite, come quelle degli artisti e degli architetti che progettarono le tombe delle famiglie in vista. Ecco allora Cesare Scoccimarro, Pietro Zanini, Ottorino Aloisio, Cesare Miani, Ermes Midena, Carlo Scarpa, Angelo Masieri.

Commuovono infine gli epitaffi riservati a gente anonima per riassumere faticose esistenze in poche parole: “Integerrimo cittadino, padre esemplare, madre tenace, impiegato onesto di specchiate virtù, caritatevole verso i poveri e gli infelici, esempio di rettitudine e umiltà” Quasi un urlo silenzioso per ricordare che la città è cresciuta grazie a tanta onestà, lasciata a noi come bene fondamentale da praticare e trasmettere.

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