Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Parrocchie in crisi in Friuli: viaggio tra sacerdoti pendolari e chiese deserte

Foto Petrussi

Un rapporto statistico elaborato dalla Regione indica un calo dei credenti: solo il 20,2 % si reca in un luogo di culto almeno una volta a settimana a fronte di una media nazionale del 27,5%. Molti sacerdoti sono costretti a viaggiare tra un paesino e un altro per celebrare messa a pochi, spesso anziani. Iscrivetevi qui a NoiMV - Le nostre newsletter - Gli eventi



Due soli fedeli con gli occhi rivolti all’altare. Il parroco è lì, celebra la messa e scandisce la sua accorata omelia come se arringasse le folle. Quella chiesa semideserta non lo abbatte. Anzi, lo spinge a continuare con più determinazione.

I preti friulani tengono duro. Incuranti del peso degli anni, i pastori di tante, o poche, anime girano come trottole e macinano chilometri fra una parrocchia e l’altra per portare la parola di Dio a chi ne ha bisogno, non importa quanti. La crisi di voc ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti con meter e loggati

Paywall per contenuti senza meter



Due soli fedeli con gli occhi rivolti all’altare. Il parroco è lì, celebra la messa e scandisce la sua accorata omelia come se arringasse le folle. Quella chiesa semideserta non lo abbatte. Anzi, lo spinge a continuare con più determinazione.

I preti friulani tengono duro. Incuranti del peso degli anni, i pastori di tante, o poche, anime girano come trottole e macinano chilometri fra una parrocchia e l’altra per portare la parola di Dio a chi ne ha bisogno, non importa quanti. La crisi di vocazioni continua a decimare l’esercito di Dio e il processo di secolarizzazione sta svuotando le chiese. Un rapporto statistico elaborato dalla Regione rivela che solo il 20,2% delle persone dai 6 anni in su in Friuli Venezia Giulia si reca in un luogo di culto almeno una volta alla settimana a fronte di una media nazionale del 27,5%.


 

LA MESSA A CHIAMATA
 

È di pochi mesi fa la decisione di don Mario Sgorlon, parroco della chiesa di Sant’Erasmo, nella piccolissima isola delle Vignole nella Laguna veneziana, di chiudere la chiesa per mancanza di fedeli e di istituire la “messa a chiamata”. «Una volta ci siamo trovati in tre – la sua motivazione –. Celebrare così non ha senso».
Non è così per i parroci friulani, anche quelli in trincea, alla guida di comunità parrocchiali dilaniate dallo spopolamento, pronti ad affrontare chiese semivuote e a scontrarsi con una realtà che non risparmia nessuna parrocchia.

Venezia, troppo pochi fedeli: "Messa solo su richiesta"



«In qualche comunità della Carnia a volte si radunano due o tre persone e spesso si tratta di anziani» ammette don Loris Della Pietra, direttore dell’Ufficio liturgico diocesano e rettore del seminario interdiocesano. «Le motivazioni sono molteplici - è la sua chiave di lettura – da un lato quelle di carattere demografico, specie in montagna, dove diventa difficile creare un’assemblea liturgica per mancanza di fedeli, d’altro canto è innegabile che ci troviamo ad affrontare un processo di secolarizzazione che si è sviluppato a partire dagli anni Settanta e che prosegue.

Qualche decennio fa il calendario delle persone coincideva con quello della Chiesa: tutti conoscevano e osservavano le festività, fenomeni come Halloween non esistevano per noi. Ereditiamo un cattolicesimo meno societario, basato sui valori, ma impoverito da una progressiva perdita della dimensione comunitaria. Un tempo la comunità si riconosceva nel proprio campanile, ora il suono delle campane finisce per “disturbare” i residenti e per essere sanzionato, e questo è il segno tangibile della disaffezione a un simbolo identitario»



I pendolari religiosi
 

Don Loris si spinge periodicamente in Val Degano per celebrare messa a Rigolato, Zovello, Comeglians. «Il nostro compito è continuare a testimoniare e a celebrare Gesù Cristo in qualunque contesto, sia nelle chiese affollate, sia in quelle deserte, non esiste un criterio numerico» riflette.

Monsignor Pietro Piller, vicario della forania di Nimis, nonostante la carenza di fedeli si dice fiducioso. «L’uomo non può vivere senza spiritualità» afferma. Con queste certezze si divide fra Preone, Raveo, Forni di Sopra, Sauris, Ampezzo, aiutato dai salesiani. «In Carnia l’afflusso di fedeli in chiesa non è mai stato altissimo – ammette – e io celebro la messa anche per quattro persone. Non ci sono più giovani, l’unica strada è quella dell’annuncio di fede nella vita quotidiana e purtroppo si sente che quello manca, ma io sono fiducioso, lo Spirito santo è al lavoro» assicura.

Così fa don Gianni Pellarini, vicario foraneo a Gorto. «Nei mesi freddi capita anche di ritrovarsi con due o tre fedeli in chiesa, la montagna si spopola ed esistono frazioni che hanno un solo abitante, ecco perché in una comunità che conta una trentina di anime averne dieci a messa non è affatto poco. Per il resto, i parroci sono pochi, quindi cerchiamo di organizzarci – argomenta – così a Clavais celebro il sabato, a Collina e a Sigilletto il giovedì per riuscire ad arrivare dappertutto, ma ogni volta che muore un anziano lascia un vuoto, anche in chiesa, che non viene riempito».

 

La chiesa di S.Osvaldo deserta (Foto Petrussi)

 

In città è più difficile accorgersene, ma l’adunanza domenicale non è più un richiamo per tanti, ammette monsignor Luciano Nobile vicario della forania di Udine. «C’è una frammentazione delle presenze e, nel tempo, il numero delle messe è stato ridotto: qualche anno fa erano circa 120, ora se ne contano un centinaio in città e si dovrà intervenire ancora, visto che ci sono meno fedeli e meno parroci, per dare il tempo a questi ultimi di potersi spostare da una parrocchia all’altra, seguire i fedeli, ascoltarli e visitare i malati. Il calo delle presenze a messa purtroppo è una realtà con la quale ci dobbiamo confrontare. I genitori accompagnano assiduamente i figli al catechismo – ammette – ma non a messa la domenica, sembrano dare più importanza ad altre cose: allo sport, al lavoro o, chi non lavora, al riposo. Così viene a mancare la dimensione comunitaria della celebrazione religiosa».

 

QUANDO SI TORNA IN CHIESA

 

La chiesa è proprio di fronte all’osteria. Due tappe di un itinerario lungo il quale la comunità si riunisce. Laddove, nei piccoli nuclei abitati, la solitudine e l’isolamento pesano ogni giorno di più, la messa diventa un momento in cui ci si ritrova.


Monsignor Rizieri De Tina è il vicario della forania di Nimis, che da quasi un quarantennio si confronta con questa realtà, dove le presenze assidue in chiesa sono il termometro di una comunità che cerca di restare unita. «A Chialmins, che conta poco più di una trentina di abitanti, me ne ritrovo più di 20 in chiesa – tira le somme De Tina – molti sono anziani e hanno una pratica religiosa collaudata, una formazione cattolica, così alla domenica vengono in chiesa per la messa e poi si ritrovano in osteria.


Nelle mie parrocchie non c’è nessuno che si professi ateo, anche se il calo dei fedeli praticanti si è fatto sentire pure qui; i genitori portano i figli a catechismo, come a scuola, o a fare sport, diventano quasi dei tassisti, ma in chiesa non li accompagnano, così anche i sacramenti perdono valore: a tenere sono il battesimo e la comunione, ma è già più difficile accostarsi alla cresima, al matrimonio non ne parliamo.


La nuova evangelizzazione deve passare attraverso il coinvolgimento e la responsabilizzazione di tutti i cristiani. Ma se da un lato vi sono molte persone che, pur avendo ricevuto un’educazione cattolica, si allontanano dalla fede, d’altro canto ce ne sono molti che si avvicinano alla Chiesa con la maturità.


A farlo notare il monsignor Luciano Nobile vicario della forania di Udine. «Quest’anno a Udine abbiamo preparato una settantina di adulti per la cresima, qualche anno fa siamo arrivati anche a 120 – assicura – alcuni ritornano perché desiderano rivedere e completare la loro formazione cristiana, altri perché desiderano sposarsi o decidono di essere padrini e madrine e accompagnare al battesimo un bambino. Anche questi sono fenomeni importanti che nascono da esigenze interiori».
 

MENO SI' DAVANTI AL SACERDOTE

Uniti in matrimonio. Anche sì, ma non davanti al prete e meglio se in regime di separazione dei beni. Il numero delle coppie che hanno deciso di giurarsi amore eterno davanti all’altare è sceso in caduta libera negli ultimi anni finendo ben al di sotto del 40%.


Se nel 2013 il 59,5% delle coppie aveva scelto di sposarsi con il rito civile, nel 2014 si è passati al 59,8% fino a balzare al 62,1% nell’anno successivo. Ma la percentuale cala al 48,9% quando si parla di prime nozze (48% nel 2014, 47,4% nel 2013). Non sono pochi infatti i friulani che, malgrado il fallimento di un progetto familiare, decidono di riprovarci. Nel 2015 sono stati celebrati 3.546 matrimoni in Friuli Venezia Giulia, di cui 2.547 in cui entrambi gli sposi erano alle prime nozze: per quasi un migliaio di coppie dunque, non si trattava della prima esperienza matrimoniale. Scendendo nel dettaglio e prendendo in considerazione la componente anagrafica degli sposi, in 3.033 casi entrambi i coniugi erano italiani e in 230 con almeno uno sposo nato all’estero.


In 79 casi entrambi gli sposi erano stranieri, in 327 lo sposo italiano e la sposa straniera, in 107 casi lo sposo straniero e la sposa italiana. Mediamente, lo sposo era più vecchio di 3,75 anni rispetto alla sposa. Ma anche il Friuli prende le distanze dalle convenzioni, non sono mancate, infatti, le nozze in cui la sposa è più vecchia di 19 anni e quelle in cui lui è più vecchio di 40 anni. La tradizione prevale quando si tratta di scegliere la data del matrimonio: il più gettonato è il mese di settembre, seguito da giugno, maggio, luglio e agosto, mentre i mesi in cui ci si sposa di meno sono novembre, gennaio e febbraio.


Se da un lato le coppie friulane non esitano a giurarsi eterno amore, con rito civile o religioso che sia, quando si tratta di dividere anche le risorse economiche allora prevale la cautela. Il regime patrimoniale scelto dagli sposi è, nel 70,4% dei casi, la separazione dei beni, con un trend in leggero aumento nel triennio 2013-2015 (68,5% nel 2013, 70% nel 2014, 70,4% nel 2015).


Nella decisione di sposarsi la condizione occupazionale ha un peso specifico notevole, in particolare quella dello sposo: in 2.592 matrimoni (73,1%) entrambi erano occupati (288 casi lui occupato, lei casalinga). Scendono a 266 casi le nozze in cui a uno sposo occupato corrispondeva una sposa disoccupata o in cerca di prima occupazione, mentre sono 56 le celebrazioni in cui era la sposa ad essere occupata e lo sposo ad essere disoccupato o in cerca di prima occupazione.