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Caso Sauvignon “dopato”: patteggiamenti per 41 persone, 6 mesi per il consulente Persello

Tappa decisiva per l'inchiesta sul vino che vede coinvolti vignaioli e aziende agricole friulane. Nel prodotto veniva miscelato un esaltatore di aromi non previso dal disciplinare delle produzioni Doc. Tutti, eccetto l'enologo Persello, hanno concordato la pena pecuniaria con il pm: si va da 3.750 euro a 10mila euro. Abbiamo ricostruito tutto quello che è successo in questi due anni, dall'apertura del fascicolo a Udine fino al coinvolgimento delle procure di Terni e Chieti

UDINE. Ora, per loro, lo tsunami giudiziario è davvero terminato. Hanno cercato una via d’uscita a un processo altrimenti lungo, faticoso e dispendioso e l’hanno trovata nell’istituto del patteggiamento. Optando peraltro per la conversione della pena detentiva in quella pecuniaria e chiudendo così, con esborsi minimi e senza scalfire il beneficio della sospensione condizionale, il caso Sauvignon. Un finale per niente scontato quello decretato dal gup del tribunale di Udine, Andrea Comez, per la stragrande maggioranza degli indagati - 41, tra persone fisiche e aziende agricole - coinvolti nell’inchiesta sul vino “dopato”. Non, almeno, due anni fa, quando la Procura di Udine sollevò il velo sulle indagini e, con le prime perquisizioni in una ventina di aziende vitivinicole, puntò il dito contro alcune tra le più blasonate etichette dei Colli Orientali e del Collio. Tutt’altro che disposti ad accettare il colpo assestato dai carabinieri del Nas e dal personale dell’Ufficio antifrode di Udine al cuore di una delle sue eccellenze, il mondo economico regionale e le stesse cantine indagate risposero con una levata di scudi che tutto lasciava prevedere, fuorchè un accordo sulle pene.


Gli sviluppi dell'inchiesta "Sauvignon connection" Le tappe principali dell'inchiesta condotta dai carabinieri del Nas sui sistemi di sofisticazione con sostanze non ammesse nella pratica enologica

 

L'inchiesta Sauvignon in breve

- Il caso Sauvignon inizia nell'agosto del 2015 quando la Procura di udine apre un fascicolo di indagini sulla presunta contraffazione del vino 

- Sono 17 le aziende per cui le ipotesi di reato è "frode per l'esercizio del commercio";

- Avrebbero ottenuto un "lievito magico" in grado di amplificare il profumo del vino Vengono sequestrate cantine ed ettolitri di mosto di sauvignon: i periti non riscontrano irregolarità

- A un anno dall'apertura delle indagini l'inchiesta si allarga coinvolgendo anche Terni e Chieti

- Il 17 ottobre 2017 41 persone scelgono di patteggiare
 

Il patteggiamento

Frode nell’esercizio del commercio e vendita di sostanze alimentari non genuine il reato contestato a tutti dal pm Marco Panzeri, titolare dell’inchiesta. In cima all’elenco dei patteggiamenti spicca il nome di Ramon Persello, il consulente bioclimatico di Attimis considerato, allora come adesso, uno tra i migliori fantasisti della chimica applicata all’enologia. Sua l’invenzione del preparato che ha finito per inguaiare decine di vignaioli, dentro e fuori regione: un esaltatore di aromi, non nocivo alla salute, ma neppure previsto nel disciplinare di produzione dei vini Doc, venduto per anni a tutti coloro che, confidando nella sua esperienza, puntavano “semplicemente” a migliorare le proprie bottiglie, valorizzandone profumi e resa.

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Finito anche sul registro degli indagati delle Procure di Terni, Chieti e Lanciano, per effetto degli stralci per competenza territoriale operati dal pm friulano, Persello è l’unico ad avere patteggiato una pena detentiva: 6 mesi di reclusione, sospesi con la condizionale, in cui il suo difensore, avvocato Luca Ponti, è riuscito a fare accorpare tutti e quattro i procedimenti con una formula omnia globale. Altrettanto, ma in termini di archiviazione, il legale aveva ottenuto nei mesi scorsi per la moglie del consulente, Lisa Coletto, inzialmente coinvolta in qualità di presunta assistente del coniuge nel laboratorio allestito nella loro abitazione, ma risultata poi estranea alle attività contestate.

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Tutti i nomi degli indagati

Per tutti gli altri, il patteggiamento si è tradotto in una multa, variamente modulata a seconda di una serie di elementi tra cui, in particolare, la ripetitività delle condotte. I clienti più affezionati - i nomi erano stati trovati sull’agenda conservata in casa da Persello, insieme a pagine piene di appunti, taniche e lieviti - hanno chiuso attorno ai dieci mila euro, mentre quelli occasionali se la sono cavata con una multa di 3.750 euro. Alcuni hanno scelto di pagare, salvando in tal modo la sospensione condizionale, mentre altri si sono accontentati di avere convertito la pena da pochi giorni di reclusione (dai 15 in su) a una sanzione pecuniaria.

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In 41, tra persone fisiche e aziende, hanno deciso di patteggiare la pena davanti al gip. L'accusa era per tutti la frode nell'esercizio del commercio e vendita di sostanze alimentari non genuine. Sei mesi per Ramon Persello, il consulente bioclimatico cui si deve l'invenzione del preparato - un esaltatore di aromi - adoperato dai vignaioli sotto inchiesta per migliorare i vini



Si è attestata sui 7 mila euro la sanzione amministrativa pecuniaria stabilita invece per le dieci aziende che, coinvolte in virtù della legge 231 introdotta nel 2011 per estendere la responsabilità penale alle società, in aggiunta a quella personale dei loro amministratori, hanno optato a loro volta per il patteggiamento. 

Persello rompe il silenzio

 

«Premessa la mia volontà di vedere rispettata sempre la legge, preciso che i miei fermentati sono di sicuro i migliori prodotti antiossidanti mai realizzati in ambito enologico: danno la possibilità di prevenire le ossidazioni di un vino in qualsiasi momento, dalla pigiatura dell’uva sino alle fasi immediatamente precedenti all’imbottigliamento, in modo assolutamente naturale e, anzi, addirittura benefico per la salute umana. Io stesso utilizzo questi fermentati come elisir di giovinezza con risultati oggettivi e inconfutabili: ci metto la faccia!»

Dopo mesi di silenzio stampa - praticamente, dall’inizio dell’inchiesta -, Ramon Persello ha deciso di intervenire nella vicenda. E di farlo com’è nel suo stile: facendo parlare formule e genio creativo.

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«Fino ad oggi – sostiene – solo tramite l’utilizzo dei solfiti era possibile mantenere giovane un vino bianco. I solfiti, permessi dalla legge nei vini bianchi secchi sino a un tenore di ben 0,2 grammi/L, sono un veleno. Io ho provato a sostituirli con la cisteina, che è invece un benefico integratore alimentare. La cisteina è un amminoacido la cui funzione antiossidante è riconosciuta dalla comunità scientifica. Il lievito d’uva (o di birra) – continua – è capace di metabolizzare la cisteina, abbassando lo stato redox della miscela in cui fermenta, ovvero creando un ambiente ringiovanente, che elimina i composti ossidati presenti nel vino, come pure nelle cellule umane a animali».


Caso Sauvignon, parla il procuratore Il pm di Udine Antonio De Nicolo spiega i dettagli dell'indagine che ha messo a soqquadro il mondo vitivinicolo friulano e sollevato numerose prese di posizione (video di Massimo Turco)



  Da qui, l’augurio «che un tale formulato, oggi tacciato di irregolarità e reso inutilizzabile, non venga per questo eliminato dal dibattito scientifico e che nell’ottica di un progressivo abbattimento dei solfiti, possa portare, in un domani che spero prossimo, sempre nel rispetto della legalità più rigoroso, a una rivoluzione copernicana. L’innovazione non è solo la premessa del successo ma anche una sorta di dovere sociale per le prossime generazioni, non solo in agricoltura. E ciò che innova per definizione – la conclusione – non può essere patrimonio condiviso e comune per tutti gli operatori, ma per forza dovrà restare proprio di chi ha sviluppato l’idea e ne è inventore».
 

Le reazioni

«I produttori di Sauvignon scelgono la via dell’accordo con la Procura, per dedicarsi con tutte le loro forze alla qualità del prodotto e alla tutela del loro marchio. È prevalsa unanimemente la convinzione che un’applicazione di sanzione sostitutiva pecuniaria avrebbe evitato una impegnativa, in termini di tempo e denaro, verifica dibattimentale degli assunti accusatori».

Caso Sauvignon, parla Shaurli L'assessore regionale all'agricoltura parla della vicenda, rassicura e sottolinea come qui in Fvg i controlli siano stretti ed efficaci e quindi una garanzia (video di Lodovica Bulian)LA VICENDA

 

Comincia così il comunicato stampa che i vignaioli per i quali il gup di Udine ha applicato le pene rispettivamente patteggiate con la Procura, hanno affidato agli avvocati Giuseppe e Carlotta Campeis, difensori di molti degli indagati, compresi quelli nel frattempo usciti dal procedimento con un’archiviazione. «Così valutata la vicenda, con reciproci sacrifici delle parti – continua la nota –, il pagamento di una “multa” evita un impegnativo confronto fra accusa e difesa in aule di giustizia e quindi una pubblicità protratta nel tempo (tre almeno i gradi possibili) che non avrebbe giovato comunque, qualunque fosse stato l’esito, all’economia regionale».

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Considerazioni non stonate all’orecchio della Procura, ma che hanno tuttavia determinato il palazzo di via Lovaria a commentare a sua volta l’esito dell’attività giudiziaria, rivendicandone la bontà, a dispetto delle tante polemiche innescate nel tempo dalle indagini. «La definizione del procedimento con la pronuncia di una sentenza di applicazione pena, il cosiddetto “patteggiamento”, su istanza di 31 indagati e 10 persone giuridiche – ha osservato il procuratore capo, Antonio De Nicolo – conferma la solidità dell’impianto accusatorio e del materiale probatorio acquisito nel corso delle indagini preliminari dai militari del Nas Carabinieri Udine e dal personale dell’Icqrf di Udine, in ordine alle pratiche di sofisticazione di vini prodotti da svariate aziende regionali. L’intervento di questa Procura della Repubblica – ha aggiunto –, oltre a porre termine a un fenomeno illecito, per quanto non nocivo per la salute dei consumatori, si è risolto in ultima analisi in una forma di tutela e garanzia per un settore economico di primaria rilevanza per la Regione Friuli Venezia Giulia».

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Un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma. E dal quale, ora, resta escluso l’unico produttore che, in Friuli, ha rifiutato la strada del patteggiamento e che affronterà quindi il processo: il cormonese Thomas Kitzmuller, chiamato a rispondere della medesima ipotesi di reato. A sfilarsi dall’inchiesta, nel corso dell’estate, erano stati invece Adriano Gigante, di Corno di Rosazzo, l’allora presidente del Consorzio Colli orientali del Friuli che, all’indomani dell’avviso di garanzia, decise di autosospendersi dall’incarico, Filippo Butussi, di Corno di Rosazzo, Michele Specogna, di Premariacco, e Milano e Denis Miklus, di San Floriano del Collio.

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Caduta l’accusa a loro carico, era venuta meno anche quella contestata alle loro aziende. Esplosa nel settembre 2015, con le perquisizioni disposte in coincidenza con l’inaugurazione di Friuli Doc, a Udine, l’inchiesta era partita in realtà molto tempo prima. L’abbrivio risale alla primavera 2014, dopo la soffiata di un produttore pentito. L’attività investigativa, però, si era arenata quasi subito, per quelle che i beninformati non esitarono a definire «pressioni ministeriali». Ma che poi, tra intercettazioni e analisi di laboratorio, avevano ripreso con maggiore lena, finendo per individuare «mister bustina» - come Persello, intercettato il 3 settembre 2015, confermò di essere chiamato in Friuli da una decina di anni - e per indurlo a cambiare regione e aziende.
 

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