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Artigianato verso la “ripresina” trascinato da anziani e stranieri

Il settore sembra uscire da un tunnel che dal 2006 al 2016 ha visto sparire in provincia 1.376 ditte Numerosi i lavoratori over 65. In aumento gli imprenditori nati all’estero, il 14 per cento del totale

Sempre meno imprese e artigiani sempre più vecchi. Nonostante l’impegno, il settore dell’artigianato friulano è ancora in flessione: dal 2006 al 2016 sono sparite 1.376 imprese, passate da 15.392 a 14.016, ma il maggior numero di iscrizioni e il minore di cancellazioni dai registri della categoria lasciano sperare in positivo, spingendo l’associazione a un prudente ottimismo.

Sono i dati del report presentato ieri nella sede di Confartigianato-Imprese dal presidente Graziano Tilatti, assieme ...

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Sempre meno imprese e artigiani sempre più vecchi. Nonostante l’impegno, il settore dell’artigianato friulano è ancora in flessione: dal 2006 al 2016 sono sparite 1.376 imprese, passate da 15.392 a 14.016, ma il maggior numero di iscrizioni e il minore di cancellazioni dai registri della categoria lasciano sperare in positivo, spingendo l’associazione a un prudente ottimismo.

Sono i dati del report presentato ieri nella sede di Confartigianato-Imprese dal presidente Graziano Tilatti, assieme alla vice vicaria Edgarda Fiorini, al presidente di Confartigianato Udine Servizi Daniele Cuciz e allo statistico Nicola Serio: evidenziano un settore in mutamento in cui ad aumentare sono gli imprenditori nati all’estero e le donne e in cui le attività tendono a concentrarsi nel capoluogo e nell’hinterland. Rispetto al 2000, le realtà artigiane di Udine sono aumentate del 7 per cento, a differenza di zone più marginali come la montagna e il Friuli orientale dove sono diminuite del 10 per cento. Pur tenendo conto del basso numero di artigiani, al primo posto tra i comuni della provincia per peso economico dell’artigianato si piazza Drenchia (solo 6 imprese con 7 addetti), seguita da San Giovanni al Natisone, primo tra i comuni con più di 15 imprese artigiane, e poi San Vito al Torre, Chiopris-Viscone e Manzano, tutte realtà del Distretto della sedia che sta recuperando.

Tra gennaio e novembre di quest’anno, la commissione provinciale per l’artigianato ha iscritto 785 imprese all’albo e ne ha cancellate 815, contando dunque 30 aziende in meno – anche se rispetto ai primi 11 mesi del 2016 le iscrizioni artigiane sono cresciute del +4 per cento e le cessazioni sono calate del 12 per cento. Proseguendo nell’analisi dei dati, rimangono in testa le imprese con un addetto (62 per cento, assimilabili al lavoro autonomo e concentrate in servizi e impianti) a discapito delle imprese strutturate con dipendenti, in particolare nel manifatturiero, che rappresentano il 30 per cento del totale, mentre sono in forte calo i collaboratori familiari (in dieci anni calati del 20 per cento) e gli apprendisti (8 ogni 100 imprese artigiane).

In merito alle tipologie, sono in discesa le aziende di trasporti, manifattura e costruzioni, mentre non si arresta la crescita di quelle legate a Ict (Information and communications technology) e ai servizi alla persona, tra cui estetiste e acconciatori.

Sono in aumento gli imprenditori stranieri, i quali pesano un buon 14 per cento sullo stock complessivo guidando 1.489 imprese artigiane individuali: provengono primariamente da Albania (324 imprese), Romania (203) e Serbia-Montenegro (160). Inoltre, chi decide di avviare un’attività artigiana è sempre meno giovane, considerando che nel 2016 il 12 per cento degli artigiani aveva meno di 35 anni, mentre il 17 per cento superava i 65 e il numero di artigiani attivi (17.927 titolari, soci e collaboratori) in provincia è ancora lievemente superiore a quello degli artigiani con pensione di vecchiaia (16.700). L’età delle imprese, invece, è un dato da non tralasciare, nel dipingere un panorama in evoluzione e a elevato ricambio: basta osservare che due imprese su tre, il 65 per cento, sono nate nel nuovo millennio, mentre quelle storiche, con più di 50 anni sulle spalle, sono appena 177 in tutto il Friuli, cioè l’1,3 per cento del totale (sono anche aziende che hanno deciso di rinascere e re-iscriversi con un nuovo nome), ma comunque oltre la metà di quelle regionali, 308 in tutto.

E se gli indicatori di crisi e di congiuntura rilevano che la situazione economica sta migliorando, preoccupa il dato sul credito, con finanziamenti bancari ancora in contrazione, del meno 7 per cento a settembre 2017 su settembre 2016. «Ci auguriamo di essere alla fine di un percorso di ristrutturazione che ormai non possiamo più chiamare crisi – rileva Tilatti – . Mentre a livello locale Regione e Comuni ci hanno ascoltato molto, la sorda politica nazionale in questi anni non ha capito che deve stare al fianco di chi fa impresa, trasformandoci in un bancomat per coprire le inefficienze del sistema Italia».