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La storia dell'aviere friulano: "Così ho superato l'inferno del campo"

Valerio Beltrame ha 96 anni ma ricorda con lucidità la guerra sul fronte albanese e l'inferno del campo di prigionia nell'ex Jugoslavia. La Prefettura lo ha premiato con il compianto Marianno Zanussi. Presto sugli schermi, invece, la storia di Palmino, il partigiano di Moruzzo morto a Dachau

«Rimasi nel campo di concentramento di Belgrado per oltre un anno. Quando arrivarono le truppe russe, le forze partigiane di Tito e le divisioni italiane tentai la fuga insieme ad altri miei due compagni sapendo quali sarebbero stati i rischi. Fummo ospitati in un’azienda agricola, dove allevavano bestiame per un mese. Per fortuna oggi sono ancora qui». Valerio Beltrame oggi ha 96 anni ma, nonostante la veneranda età, conserva intatti i ricordi della prigionia nell’ex Jugoslavia sotto il pot ...

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«Rimasi nel campo di concentramento di Belgrado per oltre un anno. Quando arrivarono le truppe russe, le forze partigiane di Tito e le divisioni italiane tentai la fuga insieme ad altri miei due compagni sapendo quali sarebbero stati i rischi. Fummo ospitati in un’azienda agricola, dove allevavano bestiame per un mese. Per fortuna oggi sono ancora qui». Valerio Beltrame oggi ha 96 anni ma, nonostante la veneranda età, conserva intatti i ricordi della prigionia nell’ex Jugoslavia sotto il potere nazista. Oggi, alle 10, nella sala di rappresentanza della Prefettura, in occasione del Giorno della Memoria, Valerio riceverà dalle mani del prefetto Vittorio Zappalorto la medaglia d’onore. L’onorificenza verrà data anche a Roberto Zanussi, in ricordo del padre Marianno, per due anni prigioniero in un lager a Berlino.

L’aviere di Manzano

Nato a Manzano il 20 giugno 1921, arruolato nel 1940 con il grado di aviere nella caserma di Pisa, Valerio Beltrame ha combattuto la guerra sul fronte albanese. Catturato dai tedeschi fu portato nel campo di concentramento di Belgrado dall’8 settembre 1943 fino alla fine del 1944. «Il campo di prigionia era nei pressi dell’aeroporto – racconta –. A liberarmi furono i partigiani serbi. Pensavo di tornare libero a casa e, invece, mi ritrovai arruolato nella resistenza». Rimpatriato in Italia nell’agosto 1945, Beltrame è stato insignito di due croci al merito di guerra, di un distintivo di guerra, di un diploma di medaglia garibaldina, di un diploma d’onore al combattente per la Libertà d’Italia ed è diventato Cavaliere al merito della Repubblica il 2 giugno 2005. Ha lavorato in un’azienda del distretto della sedia e poi come fotografo. Oggi è vice presidente dell’Associazione combattenti e reduci della sezione di Manzano retta da Rosario Genova. È stato il presidente stesso a segnalare alla presidenza del Consiglio dei ministri Valerio Beltrame: «È un uomo di grande carattere e un esempio per noi e tutta la comunità».

L’alpino di Sedegliano

Nato nel 1917 Marianno Zanussi faceva parte del nono reggimento alpini battaglione di Vicenza. Anch’egli combattè sul fronte albanese. Fu catturato l’8 settembre 1943 a Giannina in Grecia e scortato in Germania fino al campo III D a Peklensagen di Berlino e in seguito a Schoneberg sempre nella capitale tedesca. Fu liberato dall’Armata Rossa il 27 aprile 1945 e rientrò dopo molte peripezie in Italia il primo settembre dello stesso anno. Morì nel 1990 dopo aver fatto il fornaio e il bidello prima a Codroipo e poi a Sedegliano. «Mio padre – racconta il figlio Roberto – era molto restio a raccontare gli anni di prigionia. Ho cercato più volte di farmi raccontare la sua esperienza, ma lui continuava a ripetermi: “Ho sofferto abbastanza in quel periodo. La vita era dura e non ho voglia di ripercorrere quegli istanti che mi hanno segnato”. So solo che lavorò per la costruzione di un bunker. Anche mia madre non riuscì mai a sapere che cosa accadde. Era come se la sua mente avesse voluto tagliare con il passato».

Il messaggio del prefetto

Per il prefetto Vittorio Zappalorto il Giorno della Memoria ha un significato ben preciso. «Non bisogna dimenticare – dice – ciò che hanno significato per tutti noi i totalitarismi e le manifestazioni che li hanno preceduti. Ciò che noto oggi è un ritorno all’intolleranza razzista che potrebbe dare sfogo a vecchie pulsioni. Il fascismo non si è spento. Non è più quello di una volta ma si sta presentando sotto altra forma. Dobbiamo stare attenti e vigilare su questa mancato rispetto delle altre persone ed evitare che la storia si ripeta. Il pericolo può esistere anche in un territorio come il nostro dove il fascismo è stato combattuto in prima linea. Come ha ben detto il presidente della Repubblica il vero baluardo attorno al quale dobbiamo stringerci è la Costituzione».

In un film la storia del partigiano di Moruzzo morto a Dachau

La visita alla mostra “Ciao Italia” al Museo della storia e dell’emigrazione di Parigi. E la scoperta che c’era un partigiano friulano originario di Moruzzo tra i “morti per la Francia”. A farla è stato Giuliano Prandini, ex insegnante di liceo. Rimane così colpito da questa storia che decide di approfondirla leggendo il libro “Guido” pubblicato dal nipote, Guy Scarpetta che nel 2016, due anni dopo la pubblicazione del volume, realizza e presenta il film “Les Resistants du Train Fantôme”. «Guy Scarpetta – racconta Prandini – non aveva mai incontrato il nonno essendo nato un anno dopo la sua morte. Nel 2008 negli archivi del campo di Vernet trova il suo dossier». È l’inizio della storia. 
 
«Guido Palmino – continua l’ex insegnante – come riporta il libro nasce a Moruzzo, nel 1889, partecipa alla Prima Guerra Mondiale, quella carneficina voluta da banchieri e industriali di tutti i paesi. Lascia la scuola a dodici anni e diventa muratore. Ha con sé La Divina Commedia, ne recita i canti a memoria. Le condizioni di vita in Friuli sono intollerabili, alla miseria si aggiungono le persecuzioni fasciste. Come tanti friulani parte con la moglie per la Francia». Di poche parole, si dedica solo al lavoro e non transige sul fatto che deve essere “ben fatto”. «Gli immigrati per essere rispettati devono essere migliori degli altri.

Dà ai figli nomi francesi, a casa si parla il francese, si leggono giornali francesi, partecipa alla vita politica, prende la tessera del partito comunista» continua l’insegnante. «La Francia è sconfitta, vengono formate le prime formazioni partigiane. Angelina, la moglie, aiuterà bambini ebrei, i figli parteciperanno attivamente alla Resistenza. Luigi Longo, il futuro segretario del Pci, consiglia Guido di continuare la sua attività, servirà da copertura. D’accordo con il figlio Nono nasconde in casa documenti illegali». Sarà arrestato il 17 dicembre 1942, deportato a Dachau e non farà più ritorno a casa.



 
Palmino trascorre quindici mesi di detenzione preventiva a Châteauroux e poi viene inviato il 30 aprile 1944 al campo di Vernet, nell’ Ariège, destinato agli stranieri sovversivi. Il 9 giugno irrompono i militari tedeschi. «I detenuti vengono fatti salire su un treno bestiame, sessanta per vagone, che il caldo d’estate ha trasformato in una fornace, soffrono la fame, la sete, sono schiacciati gli uni contro gli altri. Le linee della ferrovia e i ponti distrutti, gli attacchi aerei, le forze alleate che stanno liberando la Francia faranno impiegare al treno due mesi per arrivare a destinazione» racconterà il nipote.


La detenzione di Guido a Dachau, spiega Prandini, «è un buco nero, il nipote immagina l’arrivo il 28 agosto 1944, l’odore di carne bruciata, la baracca con duecento detenuti costretti a dormire in giacigli disposti su tre piani. Gli viene dato un numero di matricola e il triangolo rosso, quello dei politici». Guido non sopravviverà. 
 
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