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Cermis, 20 anni dopo: quando la giustizia è una farsa e la storia resta irrisolta

Un'immagine del 1998 quando i soccorsi arrivarono sul Cermis

Il 3 febbraio del 1998 l'aereo militare dei Marines, partito da Aviano, spezzò le funi e fece precipitare nel vuoto venti versone. Assolti tutti i protagonisti giudicati solo negli Usa: alle famiglie 4 miliardi e le scuse di Clinton. Il sindaco di Cavalese: "La verità emersa ma nessuno ha pagato per quella tragedia"

 

Quanto durano sette secondi? Poco. Meno dell’attesa al semaforo, meno di una gara dei 100 metri alle Olimpiadi, meno di quanto serve per vedere il caffè che riempie la tazzina al bar. Durano invece un’infinità quando ci si trova a 150 metri da terra e si precipita nel vuoto, all’interno di una scatola metallica destinata a frantumarsi come la vita di venti persone. Immaginare quei sette, interminabili secondi sulla funivia del Cermis è un esercizio che rende l’anima pesante d’angoscia.



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Quanto durano sette secondi? Poco. Meno dell’attesa al semaforo, meno di una gara dei 100 metri alle Olimpiadi, meno di quanto serve per vedere il caffè che riempie la tazzina al bar. Durano invece un’infinità quando ci si trova a 150 metri da terra e si precipita nel vuoto, all’interno di una scatola metallica destinata a frantumarsi come la vita di venti persone. Immaginare quei sette, interminabili secondi sulla funivia del Cermis è un esercizio che rende l’anima pesante d’angoscia.



Cermis, la strage della funivia 20 anni dopo

 

L'inferno alle 15.12

 

Un fardello enorme, ancora vivo nonostante siano passati 20 anni da quel 3 febbraio 1998. In quella cabina, su quella funivia, l’aria era serena. Giornata di sci, di vacanza, di leggerezza. Una giornata come tante altre sulle Alpi trentine innevate. Una giornata che però alle 15.12 diventò un inferno. Quel rumore assordate, come un tuono che squarcia la vallata. Un aereo che vola troppo basso, troppo. Quei cavi delle funivia che vengono strappati con un rumore simile a quello di una frustata. E poi giù, per sette secondi fino alla morte.

 



Nella strage del Cermis hanno perso la vita venti persone. Sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci, un olandese e tre italiani. L’aereo militare statunitense Grumman EA-6B Prowler della United States Marine Corps lì non ci doveva stare. Erano chiare e limpide le disposizioni sui voli a bassa quota nella zona. Mai al di sotto dei 600 metri. Quel giorno invece il pilota Richard Ashby, insieme al suo navigatore Joseph Schweitzer e agli altri membri dell’equipaggio (William Rancy e Chandler Seagraves) scese a quota 110 metri. Perché? Per gioco, si ipotizzò, per filmare il panorama e farsi due risate prima di rientrare alla base di Aviano. Un azzardo fatale per i passeggeri della funivia che collega Cavalese con la montagna del Cermis. L’immagine simbolo di quel dramma fu scattata subito dopo lo schianto della cabina. Una striscia di sangue a colorare la neve. Una pennellata di morte.



Una seconda strage nei tribunali Usa
 

Ma la vera strage si compì nei tribunali statunitensi. L’allora presidente Usa Bill Clinton si scusò con il governo italiano, ma non concesse ai quattro ufficiali di essere giudicati in Trentino. Le disposizioni Nato spostarono l’inchiesta negli States e la corte marziale sancì la vergogna. Nessun colpevole, nessuno ha commesso il fatto.

 

I quattro militari americani al bordo del jet partito da aviano

 
Sindaco Silvano Welponer, lei quel 3 febbraio 1998 come lo ricorda?
«Ero fuori Cavalese, non avevo cariche pubbliche. Appena si è sparsa la notizia sono rientrato in paese e ho assistito a scene strazianti. C’era un senso di impotenza che ancora oggi mi colpisce. Erano settimane che si diceva nella valle che passavano voli molto bassi. Quel giorno è successa una strage che fu uno choc».
Uno choc che poi venne sostituito dalla rabbia.

 
«Dopo tanti anni la verità è emersa, non la giustizia».
Anche quest’anno Cavalese ricorderà le vittime con una commemorazione. Un appuntamento immancabile per non dimenticare. «Qualcuno dice che non è il caso di continuare a rivangare il passato, non è il caso di riaprire una ferita che fa male. Io credo invece che sia dovere delle istituzioni fare qualcosa di concreto per non dimenticare quello che successe nel 1998. La memoria è fondamentale: fu una bravata, una terribile negligenza che costò la vita a 20 persone. Non si può far finta di nulla».

 
Sono passati 20 anni. È ancora vivo nei cittadini il ricordo di quel giorno?
«Tutti lo ricordano, ci mancherebbe. Ovviamente però siamo andati avanti, come era giusto e doveroso che fosse. Ci sono stati i risarcimenti sia al nostro Comune per il danno d’immagine sia alle vittime per l’enorme perdita accusata».

 

PER APPROFONDIRE: Cermis, la strage dimenticata