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L'abuso di alcol in Fvg, la testimonianza di Giovanni: «Ho iniziato a bere a 14 anni»

Giovanni, nome di fantasia, racconta la sua dipendenza e quel percorso difficile che l'ha portato, appena ragazzino, a bere il suo primo superalcolico. Tanti i giovani che ne abusano e in tredici anni sono state più di 5.000 i morti per gli effetti dell'abuso di alcol

UDINE. «Ho iniziato a bere a 14 anni. Da quel giorno è iniziato un tunnel dal quale non intravedo ancora la luce». Giovanni (nome di fantasia per garantire il suo anonimato) ci racconta la sua esperienza. Da venti lotta contro la piaga dell’alcol, tra ricoveri in ospedali e l’inserimento in una comunità che tuttora lo aiuta. Con un unico obiettivo: riprendersi in mano la vita e tutto ciò che ha perso per strada, la famiglia, l’amore, la giovinezza.



Il suo caso è stato presentato nel co ...

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UDINE. «Ho iniziato a bere a 14 anni. Da quel giorno è iniziato un tunnel dal quale non intravedo ancora la luce». Giovanni (nome di fantasia per garantire il suo anonimato) ci racconta la sua esperienza. Da venti lotta contro la piaga dell’alcol, tra ricoveri in ospedali e l’inserimento in una comunità che tuttora lo aiuta. Con un unico obiettivo: riprendersi in mano la vita e tutto ciò che ha perso per strada, la famiglia, l’amore, la giovinezza.



Il suo caso è stato presentato nel corso dell’ultima tavola rotonda che si è svolta a Udine. Giovanni è un ragazzo adottato proveniente dal Sudamerica. Il padre naturale non lo ha riconosciuto, la madre presenta problemi alcol-correlati e complicanze importanti di tipo psichiatrico. Nonostante i tentativi da parte dei nonni materni e del patrigno di aiutare questo nucleo familiare così fragile, Giovanni, a causa della situazione di grave trascuratezza, viene inserito, insieme ai fratelli, in una casa famiglia, dove rimarrà fino all’età di 9 anni, subendo una serie di maltrattamenti/molestie e abusi a livello fisico, psicologico e sessuale. Un passato fatto di sofferenze e traumi che inciderà inevitabilmente sul suo carattere e sulla dipendenza. Giovanni viene adottato da una coppia residente in un piccolo paese montano. Il padre è un piccolo imprenditore, con buona disponibilità economica. La madre è un’infermiera in pensione con una forma di depressione datata nel tempo. La coppia, a breve distanza dall’adozione di Giovanni, adotta anche un altro ragazzo proveniente dal Sudamerica, che presenta importanti difficoltà di tipo cognitivo, motivo per cui viene preso in carico ai servizi specialistici.

Giovanni comincia a bere quando ha solo 14 anni. Quella che sembra una semplice bravata di un adolescente diventa un’abitudine sempre più pericolosa. «Così a 23 anni mi ritrovai – spiega – a varcare l’ingresso del Sert di Tolmezzo e un anno più tardi a essere ricoverato in ospedale nel reparto di medicina generale». A 25 anni il primo inserimento residenziale per circa 6 mesi alla Casa Betania e a 26 il ricovero nell’unità residenziale di algologia di San Daniele, con conseguente inserimento in un club Acat. «A 30 anni – racconta ancora – mi sono rivolto alla comunità terapeutica residenziale del Centro solidarietà giovani. Successivamente sono stato indirizzato al progetto “gruppi appartamento” del Centro dove attualmente sono ancora inserito». «Ho rifiutato un alloggio Ater perché preferisco vivere nella comunità. Il pericolo di ricadere è sempre dietro l’angolo. Avevo accettato la scelta di far parte di un gruppo di alcolisti. Il mio umore è alterno e tende allo stato depressivo. Ho scarsa cura di me stesso e non riesco a gestire gli impulsi. La dipendenza ha creato altra dipendenza, quella da gioco».