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La tragedia dei lager: mostra e concorso per non dimenticare

Visco, al Museo sul confine i disegni di Marcello Tomadini. L’ex deportato Bruno Fabretti: «Andate a visitare i campi»

VISCO. «Sulle mie ginocchia sono morti in tanti. Mi hanno chiesto di tener duro e di raccontare quanto ci stavano facendo. Gliel’ho promesso. E così ho fatto»: Bruno Fabretti, 94 anni, originario di Nimis, ha vissuto la durissima esperienza dei campi di prigionia e dei lager (Lodz, Dachau, Neuengamme, Bergen Belsen e Buchenwald), dapprima come soldato italiano catturato dai Tedeschi dopo l’8 settembre 1943, e poi da partigiano combattente. L’orrore dei lager lo ha investito quando aveva poco ...

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VISCO. «Sulle mie ginocchia sono morti in tanti. Mi hanno chiesto di tener duro e di raccontare quanto ci stavano facendo. Gliel’ho promesso. E così ho fatto»: Bruno Fabretti, 94 anni, originario di Nimis, ha vissuto la durissima esperienza dei campi di prigionia e dei lager (Lodz, Dachau, Neuengamme, Bergen Belsen e Buchenwald), dapprima come soldato italiano catturato dai Tedeschi dopo l’8 settembre 1943, e poi da partigiano combattente. L’orrore dei lager lo ha investito quando aveva poco più di vent’anni.

La sua testimonianza, pulita, senza rancori, ma anche senza sconti, disarmante nel rigore delle vicende e dei fatti narrati, ha caricato di significato il momento inaugurale della mostra “Tappe di un calvario”, apertasi ieri al Museo sul Confine, a Visco.

La sede dell'ex Dogana austriaca, in passato punto di separazione tra due Paesi e ora luogo d’incontro e di dialogo, ospita infatti una trentina di opere di Marcello Tomadini, da lui dipinte, mentre si trovava nei lager tedeschi e polacchi, dove era stato imprigionato, dopo l’Armistizio, perché soldato italiano.

Le tappe del calvario, a Visco l'orrore dei lager

Una trentina di piccoli disegni che fissano “Le tappe di un calvario”: quello personale di Tomadini, ma anche quello di ciascun deportato, quello universale di un’umanità straziata nella sua dignità. La forza espressiva e narrativa di queste immagini racconta l’atrocità di quanto avvenne in quei campi, ritrae i deportati e i loro carcerieri, i vagoni, i fili spinati, le scarne razioni di cibo, la durezza del lavoro, il freddo dell’appello nel piazzale.

La mostra verrà proposta nei prossimi giorni anche ad altri studenti delle scuole medie del territorio, coinvolti in un concorso di scrittura (organizzato con la collaborazione della redazione del Messaggero Veneto Scuola) sul tema “Tappe di un calvario”.

E così le parole di Fabretti hanno dato voce ai disegni di Tomadini. Due vicende diverse, certo, per raccontare tuttavia un’unica devastante storia. Le opere di Tomadini (Cividale 1893-1979) si potranno ammirare fino al 13 maggio, nei fine settimana dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18, grazie anche alla disponibilità di Lorenzo Palumbo che di queste opere non vuole essere definito proprietario, ma solo custode, «perché esse appartengono a tutti».

Una testimonianza preziosa, sottolineata ieri anche dalle scelte musicali di Giuseppe Tirelli, è pertanto giunta a Visco da Roma, dove è stata esposta nei mesi scorsi, e ora si fermerà per qualche tempo in Regione. «Questa mostra – ha spiegato l’assessore Mauro Ongaro – diventerà una fiaccola del ricordo e verrà portata, dopo la tappa di Visco, negli spazi del Consiglio regionale, a Gonars, nel centro culturale goriziano Kulturni Dom e all'Accademia Tiepolo di Udine».

Presenti all’inaugurazione, oltre al sindaco Elena Cecotti, anche la senatrice Tatjana Rojc, che ha parlato del Friuli Venezia Giulia come terra multietnica, soffermandosi su quanto di tragico accadde in Slovenia durante la seconda Guerra mondiale e sul campo di concentramento di Visco «dove auspico – ha detto facendo proprio un desiderio di Boris Pahor – possa sorgere un memoriale che raccolga documenti e testimonanze su queste realtà».

Il presidente del Consiglio regionale Franco Iacop si è rivolto ai ragazzi presenti in sala per invitarli a coltivare i valori della pace, della solidarietà, della disponibilità e del perdono come fondamentali dell’essere comunità, dal piccolo paese alla grande casa europea.