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Damilano: «Le voci di Moro e di Impastato non si spegneranno»

Intervista al direttore de L’Espresso, autore di un volume «Quarant’anni fa, durante il sequestro, lo Stato fu passivo» 

Sono trascorsi 40 anni da quando, in quel tragico 9 maggio 1978, venne ritrovato il corpo di Aldo Moro. Un uomo misterioso, freddo, a volte quasi angosciato. Aveva la forza della coerenza, di una personale correttezza, di una vasta e profonda cultura, “il dono divino del dubbio”. Aperto alle istanze civili e rispettoso di tutte le opinioni. Autore con Berlinguer del famoso “Compromesso Storico” tra democristiani e comunisti, fu il primo a capire che per salvare la democrazia c’era bisogno di ...

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Sono trascorsi 40 anni da quando, in quel tragico 9 maggio 1978, venne ritrovato il corpo di Aldo Moro. Un uomo misterioso, freddo, a volte quasi angosciato. Aveva la forza della coerenza, di una personale correttezza, di una vasta e profonda cultura, “il dono divino del dubbio”. Aperto alle istanze civili e rispettoso di tutte le opinioni. Autore con Berlinguer del famoso “Compromesso Storico” tra democristiani e comunisti, fu il primo a capire che per salvare la democrazia c’era bisogno di flessibilità, andando oltre il colore politico e assumendosi le proprie responsabilità. E fu proprio questa, probabilmente, la sua condanna a morte. Di questo

caso siamo andati a chiedere, in occasione del quarantesimo anniversario, al direttore de “L’Espresso” Marco Damilano, il quale ha scritto un libro in sua memoria: “Un atomo di verità”.

Lo Stato, secondo lei, ha agito in maniera passiva non provando a salvare la vita di Aldo Moro, o addirittura in maniera attiva aiutando le Br nel loro intento?

Lo Stato, in quei 55 giorni, è stato passivo su tutti i fronti: da quello delle indagini a quello delle inchieste, dai tentativi di salvare la vita dell’ostaggio a quello di cercare il covo in cui era prigioniero. Ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile non fare assolutamente nulla per salvare la vita di Aldo Moro. Tuttavia, una responsabilità attiva va completamente assegnata alle Br, che lo hanno rapito e ucciso, anche alla loro inconsapevolezza che nel gioco da loro aperto vi fossero inserite molte altre forze e potenze internazionali.

Come giudica il fatto che oggi vediamo molti terroristi, oltre che a piede libero, essere ospiti di trasmissioni televisive?

Sul piano giornalistico tutte le voci vanno ascoltate, poiché il giornalismo racconta tutto e si interfaccia con tutti. Altro è, invece, non fare domande e lasciare la voce ai brigatisti senza mediazione, senza spiegare chi siano stati, lasciando addirittura che si auto celebrino. Anche e soprattutto dal punto di vista della giustizia, ma non una giustizia di uno Stato vendicativo, che Moro avrebbe condannato con tutto se stesso, ma neppure quella di uno Stato che ha considerato quegli anni quasi una parentesi, condonando tutto a un gruppo di terroristi che si è permesso di stroncare le vite dei più grandi uomini che l’Italia avesse in quegli anni.

In quel tragico giorno si trovò anche il cadavere di Peppino Impastato. Mafia e terrorismo: quest’ultimo è stato sconfitto, mentre della criminalità organizzata siamo ancora a parlarne oggi. Com’è possibile?

Il terrorismo ha potuto godere di una collusione sociale e culturale che poi si è dissolta. La collusione fatta di silenzi e complicità della mafia, invece, rimane ad essere ancora vasta, anche dentro lo Stato. È l’Anti-Stato ma al contempo gode di privilegi dallo Stato stesso. Un sistema che inquina ancora il nostro paese, ma la voce di Peppino Impastato e Aldo Moro parlano ancora, e continueranno a parlare.

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