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Nei boschi del Fvg mancano taglialegna, arrivano gli stranieri: imprese a rischio

Una mattinata a Clauzetto con l’imprenditore che cerca manodopera. Il presidente del consorzio Aibo elenca tutti i problemi da risolvere

CLAUZETTO. Il 10 per cento delle imprese boschive impegnate in regione arriva dal Veneto, dal Trentino, dall’Austria, dalla Slovenia e pure dalla Slovacchia. Le offerte scritte oltralpe sono più competitive perché i costi della manodopera risultano inferiori rispetto a quelli applicati in Italia, dove i boscaioli sono in via d’estinzione. Il mancato ricambio generazionale è un problema che se non viene affrontato può compromettere l’intero comparto.

Diversi imprenditori boschivi rischiano di ...

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CLAUZETTO. Il 10 per cento delle imprese boschive impegnate in regione arriva dal Veneto, dal Trentino, dall’Austria, dalla Slovenia e pure dalla Slovacchia. Le offerte scritte oltralpe sono più competitive perché i costi della manodopera risultano inferiori rispetto a quelli applicati in Italia, dove i boscaioli sono in via d’estinzione. Il mancato ricambio generazionale è un problema che se non viene affrontato può compromettere l’intero comparto.

Diversi imprenditori boschivi rischiano di dover gettare la spugna perché non trovano manodopera, compreso il presidente dell’Aibo (Associazione imprenditori boschivi Fvg), Agostino Michelin, sul campo dagli anni Novanta. È proprio lui a suggerire alla Regione di ripristinare la scuola per boscaioli a Paluzza. Stiamo parlando dell’istituto professionale che, fino a pochi anni fa, formava i giovani interessati a fare dell’ascia e della motosega i loro attrezzi di lavoro.

Mancano i boscaioli, i taglialegna arrivano da fuori

«Senza ricambio generazionale rischiamo di sparire», ripete il presidente elencando le problematiche che creano troppe difficoltà al settore boschivo. L’Aibo elenca le criticità auspicando che la Regione riservi «una maggiore attenzione all’economia forestale dando voce a coloro che, ogni mattina, infilano gli scarponi». Noi l’abbiamo fatto. Siamo andati nei boschi sopra Clauzetto, in località Fratta. Qui abbiamo incontrato Michelin e la squadra di Flora Alpi coop impegnata nel taglio di un bosco privato.

Arriviamo sul posto a metà mattina e il rumore delle motoseghe si sente in tutta la vallata. Un mezzo meccanico raccoglie i tronchi lungo il pendio e li sposta in un luogo aperto dove un giovane li fa a pezzi. «Lavoriamo in sicurezza», ripete Michelin assicurando che i dipendenti privi di tuta antitaglio e di scarpe adatte nei suoi cantieri non entrano. Il presidente spiega come l’utilizzo delle attrezzature abbia rivoluzionato il modo di lavorare nel bosco. «Dopo aver buttato giù le piante – spiega – installiamo la gru a cavo e la teleferica per agganciare i tronchi che finiscono in strada».

A Clauzetto i boscaioli tagliano i tronchi, spostano e differenziano il materiale a seconda della destinazione finale: legna da ardere, pallet e il cippato richiesto dalle centrali a biomasse in Italia e all’estero. Nel bosco non ci sono né mense né strutture di cantiere ecco perché Michelin ha attrezzato una roulotte dove i suoi operai possono pranzare al coperto. «Quando piove – aggiunge il presidente – gli operai possono ripararsi e cambiarsi all’asciutto». In questi contesti non manca l’attenzione per l’ambiente: «I migliori faggi restano in piedi per garantire la disseminazione, il nostro obiettivo è favorire la rinaturalizzazione spontanea».

La concorrenza arriva d’oltralpe. Aziende slovacche, slovene e austriache lavorano nei nostri boschi. Il libero mercato favorisce l’arrivo degli imprenditori stranieri che applicano contratti di lavoro meno costosi rispetto a quelli italiani. All’albo regionale si contano 221 imprese, il 10 per cento ha sede fuori regione e all’estero.

«Se hanno margine di guadagno lavorano bene», osserva Michelin soffermandosi su alcune norme che se non fosse stato per la contrarietà dei procacciatori friulani dei lotti, avrebbero favorito “l’integrazione” degli stranieri. Non tutti gli imprenditori giunti d’oltralpe conoscono il documento di valutazione rischi e questo fatto non è cosa da poco. «Il servizio forestale – continua Michelin – aveva previsto per gli operai straniere l’obbligo della conoscenza della lingua italiana, ma i procacciatori dei lotti hanno minacciato ricorsi perché, a loro avviso, quella norma contrastava la libera circolazione delle persone».

«La scuola per boscaioli di Paluzza non andava chiusa». Gli imprenditori boschivi lo ripetono soprattutto ora che il ricambio generazionale rischia di far sparire l’intero comparto. La formazione era strutturata in tre anni: il primo era dedicato alla vivaistica, gli altri due al lavoro nel bosco.

«Ci serve personale con un minimo di conoscenza e gli studenti che uscivano dalla scuola di Paluzza ce l’avevano», afferma Michelin ricordando di aver utilizzato per diverso tempo i diplomati anche nei rimboschimenti proprio perché conoscevano le piante.

«In questo momento, nei boschi della regione, lavorano solo i figli d’arte, mentre noi avremmo bisogno di nuova linfa. Ecco perché proponiamo, in via sperimentale, la riapertura del corso con indirizzo silvo-culturale all’istituto agrario di Pozzuolo del Friuli. Se i ragazzi si iscrivono possiamo pensare di riattivare i tre anni». L’Aibo è pronto a quantificare il fabbisogno di manodopera e a mettere a disposizione i boscaioli senior in veste di tutor o di docenti.

L’obiettivo dei boscaioli è tutelare l’ambiente e una professione storica. Ma per farlo servono norme che consentano di lavorare in sicurezza, rispettando l’ambiente, senza andare incontro a improponibili sforzi fisici. Non a caso l’associazione sollecita la Regione a potenziare i controlli anche sul fronte degli interventi privati. L’Aibo aveva ottenuto di abbassare la soglia di taglio da 200 a 15 mc all’anno, oltre questo limite avrebbero dovuto intervenire le imprese boschive.

Il condizionale è d’obbligo perché la norma accolta dalla Regione ha scatenato le ire dei privati che lamentavano l’impossibilità di tagliare in proprio. Ma garantire l’autoconsumo non può aprire la strada all’anarchia visto che il privato non ha alcun obbligo di comunicazione, si assume in proprio la responsabilità di quello che fa. «Da 200 siamo passati a 50 mc all’anno», continua Michelin facendo notare che 500 quintali di faggio all’anno, a tanto corrispondono 50 mc, non sono pochi.

All’Aibo non tornano neppure i conti sul quantitativo annuo di legname abbattuto: secondo i tecnici del consorzio i 150 mila mc indicati dalla Regione sono sovrastimati. «Manca un censimento – avverte il presidente –, la Regione non ha mai messo assieme i progetti di taglio. Se si tiene conto che tutti i boschi di protezione non si possono toccare e che altri non sono accessibili, la quantità si riduce molto».