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Friuli in rivolta contro il Governo su occupazione e investimenti

Gli industriali bocciano il "decreto dignità": ritorno al passato. Mareschi Danieli: "Norme punitive che isoleranno il Paese"

UDINE. Non c’è condivisione di significato sulla parola “dignità” tra governo e industriali. Il decreto varato dall’esecutivo noto, per l’appunto, come “decreto dignità”, in realtà "non ha nulla di dignitoso" mentre contribuisce fortemente «a rendere più incerto e imprevedibile il quadro delle regole in cui operano le imprese italiane». La ragione? Va ricercata nella storica abitudine di varare provvedimenti senza ascoltare chi, quelle norme, le deve applicare. In primis le imprese.

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UDINE. Non c’è condivisione di significato sulla parola “dignità” tra governo e industriali. Il decreto varato dall’esecutivo noto, per l’appunto, come “decreto dignità”, in realtà "non ha nulla di dignitoso" mentre contribuisce fortemente «a rendere più incerto e imprevedibile il quadro delle regole in cui operano le imprese italiane». La ragione? Va ricercata nella storica abitudine di varare provvedimenti senza ascoltare chi, quelle norme, le deve applicare. In primis le imprese.

«Se lo scopo è quello di favorire l’occupazione, non ci siamo. Anzi, il rischio è di ottenere l’effetto opposto» è la considerazione di Anna Mareschi Danieli, presidente di Confindustria Udine, rispetto alle misure contenute nel famoso decreto.

«Come abbiamo sempre detto – prosegue la presidente degli Industriali friulani – sono le imprese che creano il lavoro. Le regole possono favorire o scoraggiare i processi di sviluppo e hanno la funzione di accompagnare i cambiamenti in atto, per questo motivo vanno semplificate non irrigidite. Sicuramente aumenterà l’occupazione degli avvocati che si occupano di contenziosi sul lavoro, le imprese invece saranno costrette a frenare gli investimenti. Mentre infatti i dati Istat raccontano un mercato del lavoro in crescita, il Governo innesta la retromarcia rispetto ad alcune innovazioni che hanno contribuito a quella crescita. Come al solito, si ritorna al passato, penalizzando le imprese. Si cerca di proteggere la dignità del lavoro andando a colpire chi il lavoro lo crea. Un meccanismo destinato ad autodistruggersi».

Ragionamento analogo per la parte del provvedimento che si occupa di delocalizzazioni. «Colpire duramente i comportamenti opportunistici di chi assume un impegno con lo Stato e poi non lo mantiene è un obiettivo che condividiamo - prosegue Mareschi Danieli -. Ma revocare gli incentivi per colpire situazioni di effettiva distrazione di attività produttive e di basi occupazionali dall’Italia è un conto; altro è, invece, disegnare regole punitive e dalla portata tanto ampia quanto generica».

«Il mercato del lavoro è in ripresa – conclude la presidente degli industriali friulani – e sta cambiando pelle, rispetto al recente passato. La vera sfida, ora, è quella di non tornare indietro rispetto a una crescita che c’è e va consolidata per poter dispiegare effetti qualitativi, oltre che quantitativi, sul versante occupazionale».

«Credo che la dignità - dichiara Michelangelo Agrusti, presidente di Unindustria Pordenone - appartenga, tra le altre cose, al fatto che un lavoratore abbia una giusta retribuzione in funzione della mansione che svolge. Il provvedimento del governo torna indietro, non tiene conto del cambio radicale del mercato del lavoro, delle tipologie di nuove produzioni in questo paese e nel mondo. Si vuole togliere concretamente la possibilità di creare posti di lavoro facendo diventare meno competitivo e attrattivo questo Paese. Chiediamoci - suggerisce Agrusti - se questo è dignitoso. Senza contare che il lavoro non si crea per decreto né con provvedimenti di tipo dirigistico. È la stabilità del sistema economico a rendere stabile il lavoro, e non accade con una legge. E sulle delocalizzazioni non si va a punire i furbi, quelli che prendono i soldi e scappano, ma si creano seri pregiudizi sul fatto che grandi gruppi vengano a investire in Italia».

«Il “decreto dignità” - è la dichiarazione di Matteo Di Giusto, presidente dei Giovani di Confindustria Fvg - avrebbe dovuto rispondere alle legittime richieste di semplificazione del sistema delle imprese, invece è un intervento sul mercato del lavoro, che appesantisce nuovamente le regole che governano i contratti. Gli effetti negativi di tale intervento saranno tra l’altro più pesanti proprio sulle piccole e medie imprese, ovvero su quei soggetti che più di tutti hanno bisogno di un sistema di regole che coniughi semplicità di applicazione e certezza del diritto». Secondo Di Giusto «la lotta alla precarietà si attua rendendo sempre più competitivo il sistema Paese e mettendo le imprese nelle condizioni di crescere e, quindi, di aumentare l’occupazione».