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Il parroco del Duomo al centrodestra: «Chi semina vento, raccoglie tempesta»

L’attacco di don Sinuhe Marotta sul settimanale Voce Isontina: «Sulle assegnazioni Ater frasi di pensiero elementare»



Un addìo al curaro. Don Sinuhe Marotta, parroco del Duomo, si accinge a “traslocare” a Cervignano del Friuli. Ma prima di salutare tutti ha firmato un intervento molto vigoroso sul settimanale diocesano Voce Isontina, intitolato “Chi semina vento raccoglie tempesta”.

Tema? «Le assegnazioni degli alloggi Ater». Destinatari? «Gli amministratori della cosa pubblica». E, anche se non vengono citati nomi, è chiaro il riferimento a Fabio Gentile (Fi) che aveva puntato il dito contro l’elevato numer ...

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Un addìo al curaro. Don Sinuhe Marotta, parroco del Duomo, si accinge a “traslocare” a Cervignano del Friuli. Ma prima di salutare tutti ha firmato un intervento molto vigoroso sul settimanale diocesano Voce Isontina, intitolato “Chi semina vento raccoglie tempesta”.

Tema? «Le assegnazioni degli alloggi Ater». Destinatari? «Gli amministratori della cosa pubblica». E, anche se non vengono citati nomi, è chiaro il riferimento a Fabio Gentile (Fi) che aveva puntato il dito contro l’elevato numero di stranieri destinatari dell’ultima consegna di case popolari a Campagnuzza. Ma erano intervenuti anche il sindaco Ziberna, il suo vice Ceretta, Fratelli d’Italia, lo stesso governatore Fedriga. Il centrodestra, secondo i bene informati, è già in subbuglio per queste uscite. «Scandalizzarsi - scrive Marotta - è affermazione davvero eccessiva. Denuncia una cultura politica assolutamente povera per chi è portatore di responsabilità di governo della cosa pubblica. Ci sono famiglie che hanno diritto, ma molte tra loro parlano altre lingue e appartengono ad altre culture? Bene, si attivino quanto prima dei processi pratici di integrazione e convivenza pacifica fra tutti, che ne abbiamo sempre più bisogno».

Ma è il passaggio successivo quello più duro. «Aizzare, invece, i concittadini, gli uni contro gli altri, con affermazioni di pensiero elementare, ma di sicuro effetto mediatico, non porterà invece prima o poi qualcuno a sentirsi investito della disgraziata “missione purificatrice” prendendo in mano un bastone (o peggio) per ripulire il “nostro” territorio dagli allogeni e dagli alloglotti?». Don Sinuhe afferma: «Vorremmo sentire qualcos’altro da chi è stato richiesto di amministrare la città, nobile, antica, piena di risorse intellettuali e morali, un territorio che ha bisogno di far crescere la natalità, non di creare ostacoli a chi i figli li ha, di creare posti di lavoro per i giovani, di attrarre persone per rianimare il commercio, di pensare a quale ruolo vuole assumere nel futuro il nostro territorio, ridotti come siamo a piccolo vaso di coccio fra vasi di ferro».

Il parroco del Duomo si chiede, poi, se non è «un po’ miope, se non autolesionistico, prendersela con chi riempie le nostre classi scolastiche e consente di tenere aperte le scuole, con chi riempie le nostre piazze, i nostri ricreatori, i nostri quartieri».

Don Marotta chiude con una serie di domande dal sapore provocatorio: «Se davvero il problema fossero gli “stranieri”, perché non ci opponiamo agli stranieri che entrano a Gorizia con Gusti di frontiera, occupando spazi per gli “italiani”? Perché non siamo opposti agli stranieri che, per decenni, hanno fatto la spesa nei “nostri” negozietti della Vecchia Gorizia? Perché non mandiamo via le “straniere” che ospitiamo in casa nostra e che occupano le “nostre” stanze prendendosi cura dei nostri anziani? Allora, forse, dovremmo togliere la parola “stranieri” e inserire la parola vera: poveri. Non vogliamo poveri, tantomeno poveracci, di nessuna etnia e di nessuna specie, perché abbiamo paura che ci tolgano qualcosa del nostro benessere e perché non sappiamo bene come fare con “loro”, che sembrano così diversi da noi, E che fanno tanti bambini, mentre noi ci prendiamo cura degli animali da compagnia. Forse, saremmo più sinceri e potremmo finalmente iniziare a pensare ed agire a carte scoperte con più lucidità per la nostra città». —