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Nei boschi alla ricerca dei giganti verdi: la lunga avventura del cacciatore di alberi

Udine: la storia di Andrea Maroè, che censisce le piante monumentali. Agronomo e scalatore, usa solo le corde per raggiungere le cime

UDINE. Quando nacque, suo padre piantò un ciliegio. Non sapeva ancora di aver dato vita a un legame indissolubile. E non si potrebbe definire altrimenti la connessione fra Andrea Maroè, cacciatore di alberi, e i “giganti verdi della terra”.

La sua “missione” è trovarli, misurarli e “ascoltarli” per conoscere la loro storia. Per raggiungerli ha attraversato il globo in lungo e in largo e si è arrampicato usando corde e braccia laddove nessuno era mai salito.

Tarcentino di 52 anni, Maroè è un ag ...

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UDINE. Quando nacque, suo padre piantò un ciliegio. Non sapeva ancora di aver dato vita a un legame indissolubile. E non si potrebbe definire altrimenti la connessione fra Andrea Maroè, cacciatore di alberi, e i “giganti verdi della terra”.

La sua “missione” è trovarli, misurarli e “ascoltarli” per conoscere la loro storia. Per raggiungerli ha attraversato il globo in lungo e in largo e si è arrampicato usando corde e braccia laddove nessuno era mai salito.

Tarcentino di 52 anni, Maroè è un agronomo, scalatore, viaggiatore e anche un po’ poeta, ha appena scovato l’abete bianco più alto e più grosso del mondo. Ma è solo l’ultimo di una lunga serie di “monumenti viventi” che ha incontrato nel suo viaggio alla scoperta dei giganti verdi.

«Sono gli abitanti più vecchi del pianeta, hanno un linguaggio che parla di eventi climatici, di temperature e precipitazioni, eppure, di loro sappiamo poco» riflette Andrea, con un incipit che segna una scelta di vita.

Aveva da poco cominciato a camminare quando, sollevando lo sguardo, prese a risalire lungo i tronchi. «La passione per l’arrampicata mi è sempre rimasta dentro – ammette – e quando, dopo gli studi al liceo, scelsi di frequentare la facoltà di Agraria ho unito le due cose e ho cominciato a curare gli alberi».

Inseguendo un codice ambientale che gli imponeva di non usare carrelli sollevatori o piattaforme aeree, ha cominciato a fare manutenzione agli alberi monumentali affidandosi alle sole corde.

Anni trascorsi nel settore privato e poi il passaggio al pubblico come funzionario tecnico per il Comune di Genova, a Gorizia, quindi il trasferimento a Udine e in Regione, ritagliandosi un anno sabbatico per mettere in piedi assieme al figlio Pietro – che dal padre ha ereditato la stessa passione – un’impresa di manutenzione del verde.

Nel frattempo, le sue scorribande come “tree climber” cominciavano a dare i propri frutti. «Quando ho cominciato, una trentina di anni fa – ammette – era una pratica del tutto sconosciuta e molti mi guardavano come se avessi una rotella fuori posto».

La prima grande spedizione fu quella che, nel 1997, lo portò in California per scalare alcune sequoie in solitaria. Ne misurò una di 88 metri che aveva circa 2 mila anni. E subito dopo ne affrontò una seconda di 78 metri e 30 di circonferenza.

«Dovrei definirmi un “ladro di alberi” perché in quegli anni ne scalai parecchi senza alcuna autorizzazione preventiva» ironizza.

È così che inanellò una serie di imprese, dall’Australia alla Nuova Zelanda, dal Cile al Venezuela fino all’Argentina e gran parte dell’Europa per incontrare i giganti silenziosi. Ed è così che in California è salito sull’albero più vecchio al mondo, il Pinus aristata della varietà Longeva che ha poco meno di 4.900 anni.

«Quando l’ho misurato e arrampicato le sue foglie, che possono durare fino a 40 anni, erano più vecchie di me» scherza.

Non si è fermato nemmeno dinanzi al Monkey puzzle tree, così viene chiamata l’Arauncaria di oltre 2 mila anni che svetta ad altezze superiori ai 50 metri sfoggiando foglie così appuntite e taglienti da risultare inespugnabile, caratteristiche che le sono valse il soprannome “Rompicapo della scimmia”, in quanto anche per una scimmia risulterebbe difficile affrontarla.

Di primato in primato, è salito sul “candelo”, il nome scientifico è Gyranthera caribensis, tipico dei Caraibi, nella foresta pluviale della Serra Nublada

Alcune imprese le ha compiute in notturna, come quella che lo ha portato sull’Albero d’oro, l’Agatis australis in Nuova Zelanza, uno dei legni più costosi al mondo.

Gran parte delle spedizioni nascono in seguito a un lungo lavoro preparatorio, che comprende l’analisi, la mappatura, fasi di studio che precedono il sopralluogo e vengono condivise da un gruppo.

Così ha trovato il “Karry Knight”, un Euraliptus diversicolor del Portogallo che, con i suoi 73 metri di altezza, è diventato il gigante d’Europa. E poi il gigante italiano: una Douglasia a Vallombrosa in comune di Regello, che misura 62,45 metri e che è stata ribattezzata “The italian tree king”.

Ed è stata anche misurata la Sequoia sempervirens più alta d’Italia (54 metri e la Pinus Lambertiana più alta (51 metri).

Lunga la lista di primati segnati dalle spedizioni targate da Maroè, che contempla anche la pianta autoctona più alta d’Italia, l’Avez del Prinzep a Lavarone («l’abbiamo scalato e misurato due volte negli ultimi vent’anni, ma è caduto a novembre» commenta), accompagnata dall’abete rosso di Castel Bragher con 51,16 metri, conquistato nel 2017, seguito a ruota dalla “regina” di Paularo, con i suoi 49,06 metri.

L’ultimo successo in Montenegro con la scoperta del grande abete bianco, il più grande al mondo di questa specie.

E molti sono i progetti che attendono di essere realizzati. Per dare corpo a questi progetti nel 2017 è nata la Giant trees foundation, associazione presieduta da Maroè che ha l’obiettivo primario di potenziare la conoscenza dei grandi alberi attraverso la loro corretta individuazione, il loro studio e la loro tutela e poter contribuire in maniera efficace anche a uno sviluppo ecosostenibile, sia della popolazioni direttamente coinvolte con la vita della foresta, sia di tutta la comunità.

È già ci si prepara per la prossima spedizione che porterà un gruppo di sei persone nella foresta amazzonica in Ecuador. Una ventina di giorni di “immersione” in un polmone verde dove, negli ultimi 300 anni, non è stato registrato alcun impatto umano.

Gli esploratori si faranno largo a colpi di machete per cercare gli alberi più grandi del mondo con un progetto che vuole partire sotto l’egida della National geographic society.