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Austria vicina

L’Austria (ri)elegge il suo capo dello Stato

Marco Di Blas
2 minuti di lettura

Domenica 9 ottobre l’Austria va al voto per l’elezione del presidente della Repubblica, ma il risultato lo si sa già: sarà riconfermato l’uscente Alexander Van der Bellen. È andata sempre così tutte le volte che un presidente in carica si è ricandidato per un secondo mandato, al punto che quasi sempre i partiti hanno rinunciato a contrapporgli un avversario, perché non avrebbe avuto alcuna probabilità di farcela.

Andrà così anche questa volta. Van der Bellen si era presentato nel 2016 e si ripresenta oggi come “indipendente”, ma proviene dal partito dei Verdi. Degli altri partiti presenti in Parlamento soltanto l’Fpö (estrema destra sovranista) ha messo in campo un proprio uomo, Walter Rosenkranz, ma già sapendo che non ce la farà (altrimenti avrebbe riproposto Norbert Hofer, sconfitto nel 2016 da Van der Bellen per pochi voti, che invece si riserva di farsi avanti tra sei anni, quando avrà maggiori probabilità di successo). Övp (Partito popolare) ed Spö (Partito socialdemocratico) hanno preferito saltare il turno e lo stesso ha fatto anche il piccolo Neos (liberali di centro).

Nell’inerzia dei partiti tradizionali, si sono mossi invece alcuni esponenti della cosiddetta società civile: un avvocato che fa l’editorialista politico per il quotidiano tabloid “Kronen Zeitung”, un ex esponente dell’Fpö di Haider che oggi fa il pubblicista, un anziano imprenditore, il leader del movimento no-vax e un giovane medico, che nel corso degli anni si è tolto il camice per dedicarsi a tempo pieno al cabaret e alla musica rock, come cantante e compositore, con il nome d’arte Marco Pogo (quello vero è Dominik Wlazny).

Quest’ultimo è l’unico di cui si sia sentito parlare anche in Italia nelle scorse settimane, perché è fondatore e leader del Bierpartei, il “partito della birra”, chiamato così per il successo di uno dei brani da lui composto dallo stesso titolo.

Questo “marchio di origine” spiega la curiosità suscitata dal personaggio anche in Italia e al tempo stesso dà la misura dello spirito per così dire goliardico della sua candidatura.

Si era presentato già a tutte le ultime elezioni senza grande successo (a Vienna è riuscito a farsi eleggere in un consiglio di quartiere) e ora tenta la strada della Hofburg, perché ha superato i 35 anni, che è l’età minima in Austria per diventare capo dello Stato.

Da questi sfidanti Van der Bellen ha poco da temere. Gli ultimi sondaggi lo danno tra il 51 e il 58 per cento. Quindi potrebbe farcela già al primo turno, senza necessità di ricorrere al ballottaggio, che sei anni fa – come alcuni ricorderanno – dilatò l’elezione presidenziale fino a dicembre, tra annullamento delle prime votazioni per irregolarità nello spoglio delle schede e rinvii del secondo ballottaggio per difetti tecnici nella colla delle buste riservate ai voti postali.

I suoi sfidanti sono accomunati da atteggiamenti euroscettici, no-vax, anti euro, contrarietà alle sanzioni alla Russia. Curiosamente si distingue dal gruppo proprio il “candidato della birra”, che è quello che si è proposto agli elettori con idee meno stravaganti, sollecitando interventi per le energie rinnovabili, contro i rincari, per le pari opportunità nell’istruzione e per una migliore assistenza (nei mesi scorsi, prima di un concerto, si era prestato come medico a vaccinare chi lo volesse del pubblico presente).

Gli elettori sono poco più di 6 milioni. I seggi si chiuderanno alle 17 e subito dopo si avranno i primi exit-poll. Si stima che oltre il 20% degli elettori esprimerà il voto per posta; lo spoglio di queste schede avrà luogo lunedì mattina. Alexander Van der Bellen, se, come tutti sono convinti, vincerà le elezioni, presterà giuramento per il suo secondo mandato il 26 gennaio.

E, a proposito di secondo mandato, vale la pena di far notare che in Austria la durata della presidenza è di 6 anni, quasi come in Italia, dov’è di sette. Ma qui nessuno si scompone se un presidente si ricandida e viene eletto per un secondo mandato. Anzi, la prassi e proprio questa.

Non hanno esercitato un secondo mandato soltanto i presidenti morti mentre si trovavano in carica. Fa eccezione soltanto Kurt Waldheim, la cui elezione nel 1986 fu accompagnata da uno scandalo internazionale per la sua partecipazione nella Wehrmacht alla guerra di sterminio nei Balcani, di cui aveva sempre taciuto nelle sue biografie. La sua presidenza portò l’Austria all’isolamento internazionale e Waldheim preferì rinunciare a un secondo mandato.

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