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Immigrazione, Pordenone attacca lo Stato

Il sindaco Pedrotti: «Vergognoso negare la cittadinanza ai figli di stranieri nati in città». Poi l’invito: «Ditemi la vostra sul piano regolatore»

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PORDENONE. «E’ una vergogna avere una legge che non riconosce la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia». Dice chiaro come la pensa, il sindaco Claudio Pedrotti. Zero giri di parole, di fronte a 200 stranieri che sono la nuova Pordenone di fatto, ma non di diritto. «Mi allineo – ha dichiarato nella domenica della fratellanza – con il presidente della Repubblica Antonio Napolitano».

Il sindaco ieri era a tavola con ghanesi, congolesi, immigrati del Senegal, nigeriani, romeni e polacchi cattolici, per includerli in un corale «noi pordenonesi». Tutti insieme, nel dopo-messa, con don Giacomo Fantin e lo staff dei volontari della parrocchia di San Francesco, sotto il grande gazebo. Lunghe tavolate per condividere maccheroni, simpatia e speranze, nella Festa dell’amicizia fra i popoli.

«Tre sono i fattori da considerare con attenzione – ha detto nel suo intervento il primo cittadino -. La nostra città ha un livello di convivenza che va visto come un grande asset, in termini di risorse umane e capitale sociale. Dobbiamo avere cura di quello che nelle nostre scuole è evidente, nelle classi multietniche: per capire che la nuova Pordenone già esiste. E mi auguro che si prenda come riferimento la legge di Paesi come la Germania, che riconosce la cittadinanza ai nuovi nati di famiglie immigrate». E ancora. «Spero che partecipiate alle proposte per il piano regolatore della città – ha guardato negli occhi Kabeja, il congolese che aveva di fianco a tavola, insieme agli altri commensali -. Portate le vostre idee per la città del futuro, che è di tutti».

Una città che conta il 16% di immigrati, molti dei quali in provincia da oltre un decennio. Il sindaco tiene un filo diretto con le tante comunità innervate nel tessuto urbano. Quello che chiedono, tutte senza distinzione, è il lavoro. «I lavori socialmente utili sono un avvio di risposte alle necessità, che il Comune attiva – ha spiegato Pedrotti –. E agiamo anche in termini di investimenti».

Per 200 immigrati a tavola, stare insieme e aiutarsi è un fatto normale. «Offriamo il pranzo – ha detto don Giacomo – e il tempo di una domenica condivisa, con la semplicità dell’amicizia che viviamo tutti i giorni».

Un’occasione, insomma, per quella che si chiama “contaminazione” di culture, facce, lingue, abitudini. «Siamo arrivati a Pordenone per lavoro – hanno riassunto il problema immigrati giunti in provincia anche da 10-15 anni -, ma ora chiediamo la cittadinanza».

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