Il libro di Villaggio e la denuncia Il pm: una comicità mediocre, i friulani non si offendano

Il comico genovese aveva violentemente apostrofato i friulani nel volume "Mi dichi". La Filologica lo aveva portato in tribunale. Chiesta l’archiviazione per la querela. Il magistrato cita Pasolini: «Espressione di una cultura che non teme la satira»

UDINE. «Siamo in presenza di una mediocre opera comica, come tale inidonea a nuocere alla reputazione di chicchessia, meno che mai alla reputazione ed al prestigio di una cultura quale quella friulana». Con questa frase il pm Marco Gallina chiede alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trento l’archiviazione della querela per diffamazione presentata, in gennaio, dal presidente della Società Filologica Friulana, Lorenzo Pelizzo, nei confronti del popolare comico Paolo Villaggio per aver adoperato, nel proprio libro . Mi dichi, «affermazioni offensive della reputazione dei friulani, travalicando i limiti della satira e diffamatorie della cultura e della lingua friulane».

La misura. Abbiamo sempre amato Villaggio e i suoi tanti Jekyll&Hyde, dal professor Kranz di Germania a Fracchia e a Fantozzi. Le sue gag sopra le righe - in gesti e parole - ci hanno spesso travolti. Non sempre. Saper far ridere è un’arte che si coltiva ogni giorno. A volte ci si riesce, altre no. Allora, quando la Musa ti abbandona, cambi registro, usi parole forti, sboccate, maleducate persino, vai oltre il personaggio che ti sei cucito addosso in tanti anni di (onorato) mestiere. Dispensando vetriolo democraticamente a tutte le regioni, parlando della nostra, Villaggio scrive: «E i friulani, che per motivi alcolici non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di m... e l’abitudine di ruttare violentemente». Fu una sollevazione, con migliaia di firme - anche dall’estero - per la giusta battaglia, sfociata poi in una querela unicamente di principio. Sapevamo tutti che Villaggio si sarebbe scusato con Pelizzo (lo ha fatto) e che la cosa sarebbe stata archiviata. Nihil novum, allora? In verità, la novità sta nelle osservazioni del pm trentino, che, se chiudono la querelle con saggia ironia, stimolano però riflessioni sulle vere battaglie per una lingua e per una cultura.

Chi siamo. Noi furlans, quando non siamo presi dal complesso del talebano o da quello del recluso nel lager, spesso abbiamo bisogno di sentirci dire chi siamo, quanto valiamo e quanto vale la nostra cultura. In tal senso, adesso da Trento ci arriva un insegnamento piccolo ma prezioso. Argomentando le proprie osservazioni, il magistrato dice che Villaggio si compiace di evocare, almeno in parte, un passaggio del De Vulgari eloquentia di Dante Alighieri, il famoso qui “Ces fas tu?” crudeliter accentuando eructant, quando parla di Aquilegienses et Ystrianos. «Per il resto, con linguaggio certamente scurrile, l’autore altro non fa che riprendere stereotipi ormai consunti e come tali nemmeno più offensivi, secondo cui i friulani (in ciò di regola accomunati ai veneti e ai trentini) hanno una particolare propensione al bere, il cui abuso, notoriamente, provoca alito pesante».

La verità. Ma al di là delle parole di Villaggio, «fortunatamente è di diffuso sapere - afferma Gallina - come il duro giudizio del padre della lingua italiana non abbia impedito che Trieste divenisse dapprima uno dei principali centri della cultura mitteleuropea dando i natali a scrittori quali Italo Svevo e Umberto Saba, successivamente che detta città e la poco popolosa terra friulana abbiano dato i natali a taluni tra i più importanti scrittori e poeti italiani contemporanei, fra cui Carlo Sgorlon, Fulvio Tomizza e Pierluigi Cappello». Una lingua, quella friulana, che si è fatta poetica, universalmente riconosciuta, come testimonia Pier Paolo Pasolini, di cui il magistrato riporta La meglio gioventù: «Un puc ciocs a cjàntin la matina bunora cui fassolès ros strents atòr la gola, e a comàndin sgreusìs quatri litros di vin e cafè par lis zòvjnjs che ormai tàzin pianzint». Conclude il pm: «Più che dialetto, una lingua straniera - per il vero di oggettiva e difficile comprensione -, utilizzata tuttavia “non come espediente letterario o formale, da sfruttare per aggiungere colore”, ma con il rispetto che si riserva a una cultura da difendere e da salvare dall’aggressione di una barbarie massificata».

La vera battaglia. Si legge una sorta di affettuoso rispetto nelle fredde carte di un tribunale, frasi che ci invitano a riflettere sulle vere battaglie per una cultura. In primis - chiamando a raccolta tutti i nostri politici - la piena attuazione della legge 482 (pensiamo agli spazi informativi radiotelevisivi in marilenghe) e poi, e soprattutto, ricordandoci che una lingua ha una propria forza autentica se viene parlata: in casa, a scuola, per strada, insomma nella quotidianità.

Pelizzo e la marilenghe. Da Trento arrivano dunque spunti di riflessione importanti, specie di questi tempi, in cui si cerca, con encomiabile zelo, di normalizzare la nostra Regione e di declassare il friulano a dialetto. Di questo si preoccupa il presidente della Filologica. Dice infatti Pelizzo: «Pur rammaricandomi per il rigetto dell’istanza, apprezzo i contenti del dispositivo, soprattutto in un momento in cui vengono messi in dubbio il ruolo e il riconoscimento della lingua friulana anche da parte del legislatore e del governo italiano. Il fatto che la Magistratura della Repubblica riconosca al friulano non soltanto la dignità di lingua, ma anche il rispetto che ad essa deve essere riconosciuto, è fatto di assoluta attualità e rilevanza».

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