La burocrazia blocca il Cipaf da dieci anni

Lo sviluppo della zona industriale di Osoppo attende una variante regionale. Il presidente Benvenuti: progetto congelato da alcuni vincoli ambientali

OSOPPO. Un’occasione mancata per colpa della burocrazia. Progettato ormai oltre 10 anni fa, l’ampliamento della zona industriale di Rivoli di Osoppo è ancora invischiato in un iter procedimentale oltremodo farraginoso che di fatto ha impedito fino a oggi l’ampliamento di una consistente area attigua all’esistente e dunque l’insediamento di nuove realtà produttive.

Realtà che continuano a bussare, seppur timidamente, alla porta dei Comuni spinte dall’interesse per una zona industriale che, nonostante la crisi, continua a essere strategica sia per posizione geografica che per servizi. La risposta, da dieci anni a questa parte, è però sempre la stessa: ancora non è possibile. Paradossale, visti i tempi di crisi che si traducono in una lenta ma continua emorragia di posti di lavoro e nella prospettiva di ricollocare persone che, in assenza di nuove iniziative imprenditoriali, rischiano di restare a casa.

Di chi è colpa? Amministratori locali e vertici dell’ente consortile sono d’accordo: a non aiutare è stata la burocrazia. Di fatto, manca il via libera della Regione a una variante urbanistica, la 7, con cui il Comune di Osoppo ha recepito l’ampliamento, dopodiché “le carte” dovrebbero esser a posto e potrebbe finalmente aprirsi la partita delle infrastrutture, non meno complicata viste le casse “piangenti” del consorzio. «Perché le prime imprese possano procedere all’insediamento nella migliore delle ipotesi ci vorranno ancora un paio d’anni – afferma il presidente dell’ente consortile, Ivano Benvenuti –. Potremmo insomma arrivare in tempo per l’onda della ripresa».

L’area Cipaf oggi

A essere interessata da insediamenti produttivi è oggi un’area di 2,3 milioni di metri quadrati sulla quale insistono circa quaranta aziende. Due big: Fantoni e Ferriere Nord, affiancate da una serie d’imprese medie, su tutte la Pelfa, e da una lunga lista di piccole realtà produttive dalle vocazioni produttive più eterogenee. Accanto alle reti elettrosaldate e ai pannelli truciolari e Mdf, in zona le imprese si dedicano, tra l’altro, a lavorazioni plastiche, alla prefabbricazione, alla carpenteria meccanica e metallica e ancora alla componentistica. Delle grandi ha chiuso (ma prima di questa crisi) soltanto De Simon, azienda un tempo leader nella produzione di pullman, il cui fondatore, negli anni ’60, era stato – assieme a Fantoni, Pittini, Dondé, Cosani e De Carli – tra i sostenitori dell’allora Ziro (zona industriale Rivoli Osoppo). «Lo zoccolo duro degli imprenditori tuttavia ha retto», ribadisce Benvenuti. Tanto che l’area produttiva è quasi satura. Da qui l’opportunità dell’ampliamento, che aprirebbe le porte all’arrivo di nuove imprese e alla creazione di ulteriori posti di lavoro accanto agli attuali 1.600.

Una zona quasi raddoppiata

Quello progettato nel piano territoriale infraregionale (approvato dall’assemblea dei soci ancora nel 2006) è un ampliamento che prevede l’assetto urbanistico di un’area di circa 800 mila metri quadrati, che si estende a est in comune di Buja lungo l’Osovana bis, a nord in comune di Osoppo, tra la Ss463 e la Polveriera, oltre che su una fascia di terreno a nord-est, ubicata in territorio di Gemona, comune sì già socio del consorzio, ma territorialmente “escluso” fino a oggi dalla zona industriale. Il piano prevede, di massima, la realizzazione di circa cinquanta lotti destinati a insediamenti produttivi di pezzatura medio piccola. Lotti che, stando alle originarie intenzioni degli amministratori locali, dovrebbero privilegiare l’insediamento di attività produttive dall’alto valore aggiunto e dal basso (possibilmente nullo) impatto ambientale al fine di non caricare ulteriormente la zona sotto questo profilo, stante la vicinanza degli abitati di Saletti e Tomba in Comune di Buja e di Rivoli di Osoppo.

L’inghippo

All’appello, come detto, manca la conclusione dell’iter relativo alla variante 7 con cui il Comune di Osoppo recepisce l’ampliamento. La Regione ha infatti sospeso la delibera dopo aver rilevato che nell’ambito dell’espansione erano stati inclusi una serie di prati stabili, vincolati dal punto di vista ambientale. «Siamo riusciti, già da tempo, a percorrere la via della compensazione – spiega il sindaco di Osoppo, Luigino Bottoni – e dunque il problema di fatto è superato, salvo che i nodi burocratici restano ed è per scioglierli che domani abbiamo in programma un appuntamento con l’assessore regionale Riccardo Riccardi.

Dobbiamo capire come venir fuori da un empasse che dura da troppo tempo». Né Bottoni, né i colleghi della zona, né tantomeno il presidente del Cipaf hanno dubbi sull’opportunità dell’operazione. «Non appena avremo in mano il decreto regionale che dà il via libera al piano, procederemo con l’elaborazione del programma infrastrutturale», assicura Benvenuti ricordando che la strada sarà comunque lunga e non semplice. «Dovremo procedere agli espropri (di 350 diversi proprietari), quindi alla realizzazione delle infrastrutture, dalle fognature, delle strade, dell’illuminazione fino alla predisposizione dei lotti. Per tutto ciò è necessario un investimento importante, che non potrà prescindere dal sostegno pubblico». Si parla complessivamente di una necessità stimata in 30 milioni.

«Cinque ne abbiamo previsti a bilancio nel 2013, 15 milioni nel triennio 2013-15. Risorse di cui il Consorzio – ammette mesto Benvenuti – non dispone». Dovessero arrivare, la macchina è pronta a partire e per il presidente i primi lotti potrebbero già esser disponibili nel giro di un paio d’anni: «Ma bisogna esaurire una volta per tutte le procedure. Se ci riusciremo in questo 2013, allora potremmo anche farcela a realizzare i primi lotti per l’anno successivo». Appello alla politica. «Non chiediamo soldi a fondo perso – continua Benvenuti –, ma la possibilità di attingere a un fondo di rotazione che speriamo l’amministrazione regionale attivi anche per i Consorzi. Le ultime risorse pubbliche ricevute dal Cipaf risalgono infatti al 2008 e pur avendoci consentito interventi rilevanti, come quello sullo scalo ferroviario, che oggi è il più importante della regione con i suoi circa 35 mila carri l’anno, non ci consentono manovre ulteriori».

Chiedere maggiori sforzi ai soci non è pensabile per il presidente. «Sono già in affanno e gli si deve riconoscere d’aver fatto molto fin qui, anche in termini di occupazione. È la politica che deve fare la sua parte, considerata la strategicità di questa zona industriale: se va in difficoltà la pedemontana – conclude il presidente – rischia infatti di crollare la montagna».

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