Artigianato in Friuli: boom di disoccupati giovani

L’analisi dell’associazione di categoria che ha celebrato il congresso in un capannone industriale a Manzano: preoccupa anche lo scarso numero di apprendisti, mai così basso dagli anni Cinquanta a oggi

UDINE. “A che punto è la notte?”. Già dal titolo si può intuire qual è il filo conduttore dell’ottavo rapporto annuale di Confartigianato sullo stato del comparto nel 2012, illustrato durante una conferenza stampa nella sede dell’associazione in via Del Pozzo. Se diamo un’occhiata ai freddi numeri degli indicatori economici, si capisce che la notte, cioè la crisi, purtroppo, non è ancora finita. E a quasi cinque anni dall’inizio, con il crac di Lehmann Brothers negli Stati Uniti, non si intravvede la luce in fondo al tunnel.

Un po’ di cifre? Eccole, nel dettagliato dossier curato da Nicola Serio, dell’ufficio studi di Confartigianato. In provincia c’è oggi un numero di apprendisti (cioè il futuro per i tanti mestieri artigiani) pari a 1.444 persone, inferiore ai 1.769 che si registrarono nel 1955, quasi sessant’anni fa, prima del boom. Dunque siamo tornati ai livelli del Dopoguerra e il numero è in calo costante: gli oltre 3 mila “garzoni” di bottega del 2000 sono un lontano ricordo, per non parlare dei record degli anni Sessanta, con un Friuli che sfornava (e preparava) ogni anno 6, 7 mila falegnami, idraulici, imbianchini e quant’altro.

Altra nota dolente la disoccupazione giovanile, che è schizzata al 30,4%: un tasso che non si registrava dal 1985 e che solo nel 2011, era “appena” del 20,9%. Il ricorso alla cassa integrazione è ai massimi assoluti: ed è proprio l’ammortizzatore sociale che impedisce, al momento, l’esplosione del tasso di dissocupazione globale, fermo al 6,8%, anche se nel 2007 avevamo raggiunto un tasso “fisiologico” poco superiore al 4%. In questo quadro è facile capire come sia in flessione il numero dei dipendenti artigiani, 16.463, con un meno 17% rispetto al picco del 2007.

L’emorragia ha riguardato in particolare operai e apprendisti, mentre il numero di “colletti bianchi” è stabile. L’edilizia il comparto più sofferente con un meno 34% di ore lavorate, un meno 24% di lavoratori e un meno 26% di imprese iscritte.

Ma l’analisi degli artigiani, che nel pomeriggio hanno celebrato il congresso provinciale in un capannone industriale a Manzano, non è stata solo un pianto greco. Il presidente Graziano Tilatti ha proposto un paio di ricette per uscire dalla crisi. O quantomeno per provarci. La riqualificazione del patrimonio edilizio è una. «Occorre – ha spiegato Tilatti – un grande progetto di sistemazione del patrimonio edilizio, in chiave di sostenibilità energetica e ambientale, sfruttando i progetti comunitari della programmazione 2014-2020. Innovazione, economia diffusa e “green”, stop al consumo del territorio, green social housing, rilancio dell’iniziativa privata come energie da coltivare, a condizione che le istituzioni condividano l’obiettivo e facciano la loro parte». Una mano tesa alla “micro edilizia”, volta a far partire tutti quegli interventi di manutenzioni e ristrutturazioni che i nostri condomini e i nostri capannoni, dove spesso ci sono uffici e laboratori, hanno bisogno.

E poi lotta serrata alla burocrazia. Gli artigiani chiedono infatti una fiscalità, anche locale, che non penalizzi le piccole aziende – ad esempio con l’Imu e Tares – e con semplificazioni burocratiche reali – concertate a partire dalle proposte operative delle categorie economiche. A questo proposito Confartigianato lancia una sfida alla presidente Serracchiani: l’istituzione di un tavolo tecnico-politico fra categorie e Regione in grado, con la politica dei piccoli passi, di individuare e di risolvere i problemi burocratici.

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