L’azienda: «Mercato crollato, era inevitabile»

Il documento. Decremento produttivo del 52% in 4 anni. «Servivano correttivi urgenti e indifferibili»

ZOPPOLA. La società «è stata investita dagli effetti della notoria crisi di natura produttiva, economica e finanziaria che ha coinvolto tutti i mercati mondiali in tutti i settori di attività e che ha determinato tra il 2008 e il 2012una progressiva contrazione del mercato sino a raggiungere, nel 2012, un decremento del 52%».

Inizia così Ideal Standard ad indicare nel documento con cui avvia la procedura di mobilità, le ragioni della crisi aziendale. Spiega che nel 2013 il mercato ha registrato un’ulteriore flessione dell’11% e le stime non prevedono recupero per il prossimo triennio».  Se nel 2007 il mercato della ceramica ha venduto 8,2 milioni di pezzi, nel 2012 il valore si è attestato a 3,5 milioni e a fine 2013 arriverà a 3,1.

Per limitare la perdita di volumi «la società - si legge nel documento – ha ridotto le importazioni e riportato in Italia la produzione di modelli economici che era stata trasferita in Paesi a basso costo on conseguente peggioramento del rapporto costo/competitività. Inoltre per migliorare la saturazione ha incrementato ulteriormente la produzione di modelli economici».

Conseguenze dirette di queste azioni sono state un impatto negativo sul conto economico mentre la mancata saturazione delle tre fabbriche ha causato l’incremento dei costi di produzione. Intanto la contrazione dei volumi «si è trasformata in strutturale sovraccapacità produttiva - spiega ancora Antetomaso - nei tre stabilimenti di circa il 40%; ciò ha generato problemi finanziari e minato la sostenibilità di lungo periodo dell’intero business di Ideal Standard in Italia a causa della continua perdita di competitività su mercato».

Per porre rimedio alla situazione Ideal Standard ha presentato nel 2009 un primo piano industriale, poi ha cessato la produzione a Brescia e Gozzano, ridotto i volumi di produzione, fatto ricorso alla cigs e ai contratti di solidarietà.

Oggi si impongono «azioni correttive urgenti e indifferibili» quali la cessazione di un sito produttivo e la riallocazione delle linee nei siti rimanenti, riallienando la capacità di produzione ai mutati valori di mercato e ridurre di 18 milioni l’ano i costi fissi. Da qui la scure su Orcenico e i 409 licenziamenti.

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