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L’anniversario

I cinquant’anni d’arte di Zanussi, l’autodidatta che guarda agli ultimi

Dalla pittura alla Tenda per la Pace: «Ai giovani dico di essere aperti al confronto senza pregiudizi»

Vania Gransinigh
2 minuti di lettura

L’artista Toni Zanussi al lavoro nel suo studio © 2015 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

 

UDINE. «Pittore della cosmogonia e della contaminazione tra materia e realtà sociale, artista del recupero e degli sprechi» come lo ha definito Gillo Dorfles, Toni Zanussi, classe 1952, taglia quest’anno il traguardo dei cinquant’anni di attività. È tempo di bilanci, dunque, su un lavoro che si è sempre presentato come inclusivo, rivolto agli ultimi e traboccante di umanità. Raggiungiamo l’artista a Monte di Stella dove egli vive e continua a creare, per farci raccontare la sua esperienza.

Oggi, a distanza di cinquant’anni, cosa ricorda dei suoi esordi nel mondo dell’arte?

«Ho compiuto i miei esordi in America tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta alle Bahamas, a Nassau, e negli Stati Uniti a Miami. A quel tempo ero giovanissimo – avevo 16 o 17 anni – lavoravo sulle navi da crociera e dipingevo nei momenti liberi, momenti rubati a giornate di intenso lavoro. Il primo importante riconoscimento arrivò nel 1972 a Udine dove, in borgo Villalta, mi fu conferito il premio “Fermo Solari” dedicato ai valori della Resistenza e istituito per artisti lavoratori. In giuria c’erano Dino Basaldella, Giuseppe Zigaina, Luciano Ceschia, Carlo Ciussi: ricordo con grande emozione quel momento sia perché il premio mi veniva assegnato da artisti già affermati, sia perché questo avveniva in Friuli, la mia terra d’origine a cui sono sempre rimasto molto legato, nonostante i miei continui viaggi all’estero».

Quanto ha contato il viaggio nella sua formazione?

«Il viaggio è sempre un’occasione di crescita e di ampliamento dei miei orizzonti spirituali e culturali. Io vi ho sempre cercato occasioni per entrare in contatto con altri artisti e altri modi di intendere l’arte. Ma vi ho trovato anche opportunità di incontro con i più poveri, i derelitti, i dimenticati dall’umanità e ciò ha consolidato in me i valori della solidarietà e dell’impegno sociale che oggi vedo così compromessi. Ad un certo punto mi sono stabilito a Venezia e lì ho potuto frequentare gli studi di artisti come Emilio Vedova, a cui mi sono spesso ispirato, e gli studenti dell’Accademia di Belle Arti con cui ho avuto scambi fruttuosi. Dovevo lavorare per mantenermi, ma vivere in un luogo che mi permetteva così tante occasioni di confronto è stato sicuramente un vantaggio».

Ha privilegiato il medium della pittura. Se potesse tornare indietro, rifarebbe le stesse scelte o seguirebbe altre strade?

«Guardandomi alle spalle posso dire di non avere grandi rimpianti. Forse non rifarei alcune cose, ma anche dagli errori è possibile ricavare un insegnamento. D’altra parte sono un autodidatta, non ho avuto la fortuna di frequentare una scuola di pittura o di avere un maestro che mi seguisse. Ho sempre provveduto da solo alla mia formazione e mi sento tuttora in piena evoluzione: ogni giorno si può imparare qualcosa di nuovo».

Cosa ci racconta della Tenda della Pace oggi presso l’Università?

«Pur avendo privilegiato la pittura, mi sono dedicato anche al recupero di materiali di scarto con cui ho realizzato opere di contenuto sociale. Ogni uomo è importante, anche gli ultimi e i dimenticati e nessuno può essere considerato uno “scarto”. Tra le opere che vogliono affermare questo messaggio vi è la Tenda della Pace. Si tratta di un vecchio telone da camion che io ho recuperato per questa installazione che riprende le forme di un tepee, il tipico riparo degli indiani nordamericani. Vuole essere un riferimento e una condanna alle devastazioni compiute dai colonizzatori europei in quei luoghi. Essa però si riferisce anche ai soprusi compiuti contro la cultura e la civiltà degli indios sudamericani. Rigoberta Menchu, premio Nobel per la Pace nel 1992, è stato uno dei miei riferimenti principali».

Quali consigli darebbe ai giovani che intraprendono il loro percorso professionale?

«Ai giovani vorrei dire di essere sempre aperti all’apprendimento e al confronto. Raccomanderei di essere curiosi e di guardare agli altri senza pregiudizi o paure, conservando sempre un senso di solidarietà e di umana pietà. Al tempo stesso vorrei dire loro di non lasciarsi ingannare dai falsi miti o da falsi profeti, preservando e difendendo sempre i valori dell’umanità e della creatività».

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