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La rassegna

Pittura e mosaici, l’arte nomade di Nane Zavagno in mostra a Udine

Per i suoi 90 anni ha aperto al pubblico il suo studio-archivio. In esposizione dalle prime opere ai dipinti più recenti

Vania Gransinigh
2 minuti di lettura

Già nel 1987 Enrico Crispolti invitava chi volesse approcciarsi all’arte “nomade” di Nane Zavagno, a dotarsi di chiavi interpretative che non si limitassero alla semplice coerenza formale del percorso da lui compiuto, ma focalizzassero la concordanza delle intenzioni concettuali ovvero ciò che sta a monte di ogni realizzazione creativa: non guardare al punto di arrivo, ma a quello di partenza.

Difficilmente sarebbero state altrimenti comprensibili le improvvise virate espressive che percorrono il lavoro dell’artista dalla fine degli anni Cinquanta - al termine di un tormentato esordio seguito ai suoi studi giovanili presso la Scuola di mosaico di Spilimbergo - per giungere fino ai giorni nostri.

In tempi più recenti, Alfonso Panzetta invitava ad allargare lo sguardo ai differenti contesti storici in cui egli, ingegno prensile, curioso e sperimentatore, si era trovato a operare.

E in 90 anni di vita (festeggiati quest’anno) il suo orizzonte di riferimento ha attraversato mutamenti epocali. Sarà pertanto essenziale tenere ben presente questa duplice prospettiva diacronica e sincronica nell’affrontare un discorso critico dedicato alla poliedrica attività di Zavagno in pittura, scultura, grafica e mosaico, campi nei quali egli mostra di sapersi muovere con disinvoltura, dominando gli strumenti e raggiungendo sempre risultati di eccellenza.

Ed è in quest’ottica che bisognerà porsi programmando la visita allo studio-archivio dell’artista, aperto a Udine. Al suo interno è possibile traguardare 70 anni di infaticabile produzione artistica, partendo dalle prime testimonianze pittoriche di matrice informale fino ai dipinti degli ultimi anni.

Lasciando vagare lo sguardo sulle opere esposte è possibile cogliere un costante interesse per lo studio della luce nel suo rapporto con il colore e la materia, cui si somma, nel tempo, l’indagine condotta sul volume tridimensionale e sulla forma geometrica primaria, in relazione con lo spazio.

Sin dagli esordi, ad affascinare Zavagno sono le potenzialità espressive della materia cromatica e successivamente della materia in se stessa.

L’uso “espressionista” del colore, volto a esaltare l’esperienza soggettiva della pittura, lascia ben presto - almeno dal 1961 - il passo all’utilizzo bidimensionale della lastra di alluminio anodico, bucata, tagliata ed estroflessa a esaltare, nella concretezza dell’opera d’arte, l’oggettività della proposta estetica.

All’orizzonte è facile intravedere le sperimentazioni dell’arte cinetica e programmata, esperienze che si andavano affermando a livello internazionale.

Gli allumini di Zavagno misurano e programmano le vibrazioni di luce e d’ombra sulla superficie metallica seguendo una ricerca che l’artista inizia ad applicare, verso la metà degli anni Sessanta, anche al mosaico.

Utilizzando ciottoli di fiume tagliati a metà, frammisti a tessere vetrose colorate, costruisce forme circolari che richiamano i rosoni delle cattedrali medievali, sospingendo l’antica tecnica musiva a rendersi indipendente dallo spazio architettonico, a rinunciare al suo ruolo decorativo e a trasformarsi in opera d’arte autonoma.

A breve, una nuova urgenza espressiva conduce l’artista a sospingere la sua ricerca nella terza dimensione, quella della scultura vera e propria: rosoni e allumini lasciano il posto alle “strutture modulari” dove luce, colore, materia ritrovano ordine e armonia nel rigore architettonico della costruzione, dando corso a nuove sperimentazioni volumetriche e formali.

Sono quelli gli anni del ritorno alla pittura, un neoinformale calibrato su poche gamme cromatiche primarie e sul gioco dei bianchi e dei neri, mentre domina la precisione del progetto compositivo.

Zavagno ha proseguito poi il suo cammino recuperando in scultura forme geometriche primarie declinate con precisione costruttiva e monumentale, tornando a misurare in pittura la superficie per il tramite di elementi geometrici semplici ed essenziali in un legame unico tra luce, spazio e materia: su tutto la coerenza ferrea del pensare e del fare, capace di riservarci ancora chissà quali sorprese da parte sua.

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