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la mostra

Lo sguardo transfrontaliero di Zoran Music, il viandante

La Galleria comunale di Monfalcone rende omaggio al pittore e incisore

Isabella Reale
3 minuti di lettura

La Galleria comunale di Monfalcone rende omaggio all’arte di Music con una mostra che grazie ai prestiti dei principali musei regionali e di alcune collezioni private, in particolare quella di Lia e Maurizio Zanei, racconta il rapporto intercorso tra l’artista e questo territorio a partire dalla stessa città della cantieristica che conserva presso il Muca il raffinato arazzo ricamato su bozzetto dell’artista nel 1951 per il decoro della sala di soggiorno di prima classe della motonave Augustus e ispirato al viaggio di Marco Polo.

Viene così a rinnovarsi un rapporto cresciuto negli anni anche grazie alle generose donazioni alle raccolte pubbliche dello stesso artista, attraverso un centinaio di opere che si affiancano, in queste stesse sale, a una delle tappe espositive dedicate all’architetto Max Fabiani, seguendo a ruota la retrospettiva dedicata a Tullio Crali: il sottotitolo che accomuna le due esposizioni, Sguardi tranfrontalieri, intende accomunare la loro opera nutrita dal confronto tra più culture, ma saldamente radicata in questa frontiera d’avanguardia, che dal confine e dalla cultura mitteleuropea ha tratto ispirazione e forza creativa.

Anton Zoran Music, nato il 12 febbraio 1909 a Bukovica (Boccavizza) a pochi chilometri da Gorizia, da una famiglia di possidenti e produttori vinicoli nel Collio, territorio al tempo appartenente all’impero austro-ungarico, conosce ben presto il dramma dell’esodo, essendo da piccolo costretto a pellegrinare tra Stiria, Carinzia, Italia e Slovenia. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Zagabria, dove è allievo di Ljubo Babić, viaggia in Spagna e completa la sua formazione tra Lubiana, Venezia e Trieste. Arrestato dalla Gestapo con l’accusa di aver ospitato una valigia contenente una radio trasmittente clandestina, il 18 novembre 1944, Music viene internato a Dachau dove disegna di nascosto su piccoli fogli la morte quotidiana nel campo di concentramento. Nel 1945 si trasferisce a Venezia, eleggendola sua stabile dimora, anche in virtù del matrimonio con Ida, figlia del pittore Guido Cadorin. Inizia quindi un’intensa attività espositiva e dopo aver conseguito a Cortina il Premio Parigi, nel 1952 si trasferisce nella capitale francese, raggiungendo ben presto un successo internazionale. Gorizia gli ha dedicato nel 1979 e nel 2003 due mostre allestite presso i Musei Provinciali, mentre Venezia lo ha celebrato con un’antologica nel 1985 al Museo Correr, e Parigi nel 1995 al Grand Palais. Più recentemente, dopo la sua scomparsa a Venezia il 25 maggio 2005, il centenario della sua nascita è stato ricordato alla Galleria d’Arte Moderna di Lubiana del 2009.

E ripensando alla figura di questo artista, non si può certo restare indifferenti alle vicende della sua vita, certo coronata da un successo internazionale, ma anche travolta dai tragici eventi della storia come un intera generazione nata su questo confine orientale, segnata da due guerre, e soprattutto dall’esperienza del campo di concentramento, e ciononostante la sua pittura emana uno stato di grazia particolare, e ci si interroga da dove provenga quella delicata e trasognata sua maniera di trasfigurare la realtà, anche quando ne sono protagonisti i morti di Dachau.

Di fatto la poetica di Music fa leva sull’interiorizzazione della cosa vista, filtrata non solo attraverso il sentimento ma anche la memoria, per rielaborarla come in un racconto evocativo e remoto, sospeso nel tempo, fino a toccare le corde di un sentimento universale.

Ne sono la prova i suoi paesaggi dalmati, memoria felice dell’infanzia, animati da cavallini di passaggio, dove donne con ombrelli parasole, a piedi o in sella ai loro asinelli, vanno al mercato colorando i profili collinari, motivi dalmati riproposti come l’eco di un tempo felice, in varie fasi della sua ricerca pittorica.

E sarà sempre questo lo sfondo paesaggistico, visto attraverso il velo della memoria, su cui Music proietta i luoghi dell’anima, siano questi paesaggi italiani, senesi, alpini, che si alternano alle sue Venezie, sospese tra acqua e luce, ai suoi ritratti fermi e assorti come icone bizantine. In mostra anche ventiquattro disegni firmati e datati Dachau 1945, in prestito dagli archivi triestini dell’ANPI, dove non molto tempo fa sono stati rinvenuti, che rappresentano la più cospicua serie di disegni di Music sul tema della deportazione, ora dopo la mostra a Lubiana, per la prima volta in prestito dai depositi del Museo Revoltella di Trieste: fragilissimi e nitidi disegni a china di cataste umane nati dall’urgenza di un artista di disegnare per potersi salvare la vita.

Questi stessi cumuli di corpi riaffioreranno nei primi anni Settanta dalla memoria visiva di Music nel ciclo intitolato, a monito per le generazioni future, Non siamo gli ultimi, tra le opere più toccanti nate dall’esperienza del lager, che lascia profonda traccia anche sullo stile di Music affinandone ulteriormente la ricerca intorno all’essenza figurativa, nel paesaggio come nel ritratto, ritrovando nei motivi vegetali, alberi, ceppaie, paesaggi rocciosi, che a partire dagli anni Sessanta riprendono l’intricata grammatica dei morti di Dachau e il tema della meditazione sull’eterno ciclo della vita, una delle vere chiavi di lettura dello sguardo sul mondo assorto e meditativo di Music.

A chiusura della mostra, nel pomeriggio di sabato 26, la Rai del Friuli Venezia Giulia presenta, insieme ai curatori della mostra, il documentario su Music pittore della memoria a cura di Teche Rai.

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