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il saggio

L’Europa dei confini tra Est e Ovest: Egidio Ivetic racconta la faglia tra due mondi

Lo storico ricostruisce le vicende dell’ultimo millennio: «I segni che lascerà la guerra in Ucraina dureranno decenni»

ANDREA ZANNINI
2 minuti di lettura

Nel suo recente Est/Ovest. Il confine dentro l’Europa lo storico Egidio Ivetic, autore di saggi illuminanti sui Balcani e sul Mediterraneo, constata una realtà che è sotto gli occhi di tutti: è la geografia la chiave per orientarsi nel nuovo caos mondiale di inizio XXI secolo. Ivetic chiama tale prospettiva “geopolitica”, in omaggio ad una dizione di moda (che risale agli anni ’20), ma ripesca una bellissima frase di Iosif Brodsky che inquadra molto meglio e definitivamente i rapporti tra geografia e storia: «Vi sono luoghi in cui la storia è inevitabile come un incidente automobilistico – luoghi in cui la geografia provoca la storia».

A questo tipo di luoghi Ivetic dedica “Est/Ovest”, un volume contrassegnato da grande cultura storica e lucidità di ragionamento. Al centro del libro vi è soprattutto una frontiera. Non un confine segnato da filo spinato e garitte bensì da una sedimentazione millenaria di culture, prassi, uomini: la «faglia» che va dall’Egeo fino al Baltico, dalla Grecia all’Estonia, passando per Bulgaria, Romania, Polonia ecc. Una fascia di Paesi che delimita, ma non separa, il mondo russo da quello dell’Europa occidentale, quella di Carlo Magno, per intendersi. Questa “Europa di mezzo” è a sua volta divisa in due realtà distinte sebbene accomunate da questo destino intermedio: più a settentrione gli Stati che dal Baltico vanno fino alle Alpi e al Mar Nero, e che formano quella che erroneamente viene chiamata “Europa dell’est” o “Europa centro-orientale”, e quindi i Balcani, che dal Mediterraneo conducono al cuore del continente.

Perché è sbagliato chiamare questo cuore d’Europa “orientale”? Perché automaticamente, individuando in essa il limes europeo, tutto quanto si trova a oriente, dall’Ucraina alla Bielorussia fino naturalmente… a Mosca e San Pietroburgo, finiscono per essere espulsi dalla nostra idea di che cos’è l’Europa. Un’impostazione che è alla radice del fraintendimento occidentale del mondo slavo-russo.

In questo labirinto di storie, Ivetic conduce il lettore per mano, ricostruendo puntigliosamente la storia dell’ultimo millennio dell’Europa di mezzo. Insiste sul ruolo sempre trascurato dagli storici di Bisanzio, l’altra Roma dalla quale si è irradiata la religione ortodossa (cioè bizantina) e sulla cui importanza, alla fin fine, la parentesi sovietica ha contato ben poco, come dimostra oggi il patriarca Kirill. Questa faglia europea è il luogo delle divisioni, delle frammentazioni interne, siano esse etniche, religiose, politiche o nazionalistiche (ma la parola “nazione” praticamente non compare mai nel saggio). Una «terra dei rancori», cioè di scontri e tragedie immani, come il Friuli Venezia Giulia e le regioni limitrofe sanno benissimo, dove convivono fianco a fianco, talvolta pacificamente, talaltra ignorandosi, sovente scontrandosi, lingue e religioni diverse: dal cattolicesimo polacco alla religione russo-ortodossa, da quella serbo-ortodossa dei Balcani all’Islam sunnita della Bosnia.

Questi Paesi sono stati variamente e a lungo divisi tra due prospettive, quella europeista, alla quale hanno sempre guardato in modo diverso ma convinto Paesi come la Polonia, l’Ungheria, la Slovenia e altri. Quindi quella slavista, oppure filorussa, che porta a ritenere l’“Oriente” qualcosa di radicalmente altro rispetto all’Europa: una prospettiva seguita dalla Bielorussia, dalla Serbia ma anche da parte dell’Ucraina. In questa prolungata incertezza, al centro geografico di questa instabilità, è scoppiato il conflitto russo-ucraino, che dura almeno a partire dall’invasione putiniana della Crimea del 2014 e che ha condotto all’”operazione speciale” russa del 24 febbraio scorso.

«L’Ucraina non è un Paese complicato», riflette Ivetic, non è né Balcani né Caucaso; la sua divisione tra europeisti filo-polacchi da una parte e russofili dall’altra è una spaccatura che ha portato alla luce tutte le questioni malamente celate in questi anni, a Mosca come a Kiev, a Bruxelles come a Washington.

Comunque finirà, «i segni che lascerà questa guerra dureranno decenni, un secolo di certo», conclude amaramente Egidio Ivetic.

Un motivo in più per richiedersi, sollecitamente, cosa sia l’Europa.

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