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Il libro

Da Cosmopolitan al basso elettrico, un saggio dedicato agli “imperfetti”

La giornalista Francesca Delogu racconta la sua vita rock: domani la presentazione a Palazzo Torriani di Udine

Gian Paolo Polesini
2 minuti di lettura

L’autrice del libro, l’udinese Francesca Delogu, per otto anni alla direzione di “Cosmopolitan” 

 

UDINE. Francesca, a quindici anni, cantava nella band del fratello Giò, «uno che con la musica ci va d’istinto», precisa lei.

«Mio padre suonava il clarinetto e ci faceva ascoltare Woody. E Lucio Dalla. Siamo cresciuti masticando note. Sarei persa senza indossare almeno due volte la settimana il mio basso elettrico o senza soffiare dentro una tromba. Trovo che nell’epoca compulsiva delle distrazioni concentrarsi su uno strumento sia un atto sublime».

Di cognome Francesca fa Delogu, una famiglia di medici udinesi. Lei no. Giovanissima scappò a Milano per imparare a scrivere di moda.

Risultato? Otto anni alla direzione di “Cosmopolitan”, uno dei più sfogliati giornali femminili al mondo e, da pochissimo, è appena arrivato sugli scaffali delle librerie il suo primo libro, un manuale per esercitarsi a essere imperfetti: Il mio analista è un basso elettrico. Ispirazioni ribelli tra moda, giornalismo e musica(Do it human editori).

«Non avrei mai potuto rinunciare a una presentazione nella mia città», sottolinea Delogu, che sarà sotto i fari domani, giovedì 1 dicembre, alle 17.30, a palazzo Torriani di Udine.

A lei piace salire sugli autobus in corsa, ci pare di aver capito.

«Lo trovo più elettrizzante. Preferisco una vita rock. Riassumendo in una manciata di secondi: liceo udinese Stellini, laurea in lettere e filosofia a Trieste, master a Milano. Tre manie avevo e tre manie continuo ad avere: scrivere, leggere e suonare. Rincorsi una borsa di studio e con un buon articolo me la presi, cominciai a capire come muovermi nel giornalismo che di moda si nutre, usai l’approccio agile e i miei insegnanti, perlopiù direttori di riviste, mi offrirono una scrivania abusiva in redazione — ricordo “Grazia” fra alcuni — e Udine si allontanò».

La pagavano?

«Certo, ma le regole di allora non erano rigide come lo sono adesso. Avevi più chance e meno tutela. Era un ambiente ricco di lusinghe: viaggi, regali, pareva di stare in un film. La mia parte friulana, che di fatto significa concretezza, mi aiutò a tenere il tacco dodici ben piantato per terra. Altrimenti sarei volata via».

Il libro, Francesca. Un desiderio di confidarsi, una necessità. O cosa?

«Tante volte mi domandavo, leggendo un saggio o un romanzo: e io? Ne scriverò mai uno? L’editore mi chiamò, un pomeriggio qualunque: “Le andrebbe un caffè?” e precisò di seguirmi da un po’. Parlammo sul da farsi, giungendo alla conclusione di confezionare un trattato leggero sull’esistenza, molto personale, dove il sound sarebbe stata una costante. Riflessioni che partono da uno spartito e precipitano sulla realtà».

Così lei salì su un altro autobus in corsa, felice. A proposito: ha una definizione per la felicità?

«Nessuna imperdibile. Felice di affrontare una sfida che mi piace, non tanto la mancanza di problemi. Si può essere felici anche sbagliando, cadendo, inciampandosi. È interessante fallire, insegna a essere più indulgenti con se stessi».

Quando le offrirono la direzione di “Cosmopolitan” si sentì all’altezza del ruolo?

«Ero certa di averlo conquistato, quel ruolo, in tre mesi di colloqui senza tregua. Gli americani non scherzano. Mi sentii pronta, quello sì. Fare il direttore è come essere genitore: non impari mai e sbagli tantissimo».

Ascoltandola mi rimbalza in testa “Il diavolo veste Prada” e quella direttrice indisponente qual era Miranda Priestley, ovvero la mitica Anna Wintour. Mica sarà stata così cattiva?

«Ah ah ah ah. No, no, per carità. Io sono stata una direttrice bassista: per me la redazione era una rock band e non esistevano ordini o imposizioni. Nel momento creativo mi toglievo la giacca da leader e suonavo con gli altri. Poi, è chiaro, prendevo decisioni, e ci mancherebbe, talvolta sbagliate, ma sempre di pancia».

Molte donne suonano il basso. Un tempo erano pochissime. Lei crede nell’effetto Victoria dei Måneskin?

«Indubbiamente. La ragazza ha sdoganato uno strumento che qualche signorina già dimostrava di saperlo dominare».

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