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Il ritratto

Mario Fantin, il video-narratore del K2: «Una vita avventurosa a filmare le cime»

Domani a Pordenone e venerdì a Udine il documentario di Mauro Bartoli che racconta il fotografo d’origine friulana

Melania Lunazzi
2 minuti di lettura

Il fotografo e documentarista bolognese di origini friulane Mario Fantin con la sua cinepresa 16 millimetri

 

UDINE. «Quello che faccio è bello e nobile, non mi sfiora nemmeno l’idea di interesse o guadagno», scriveva in uno dei suoi diari il fotografo e documentarista bolognese di origini friulane Mario Fantin, straordinario occhio con la cinepresa da 16 mm sulle più alte montagne del mondo. È Fantin l’autore dello storico film “Italia K2” che documenta l’impresa della prima salita al K2, uno degli Ottomila del Karakorum, la cui vetta fu raggiunta per la prima volta nel 1954 dalla spedizione italiana guidata dal palmarino Ardito Desio.

Ed è sempre Fantin che ha documentato in quaranta film decine di spedizioni in luoghi remoti del pianeta, molti al seguito dell’esploratore milanese Guido Monzino, regalandoci immagini straordinarie, con inquadrature e montaggi eccezionali se comparati ai mezzi che aveva a disposizione, ai luoghi impervi e alle condizioni meteorologiche e atmosferiche in cui operava.

Domani, giovedì 1 dicembre a Cinemazero di Pordenone e venerdì 2 al Visionario di Udine (nell’ambito della rassegna “Verso le otto montagne – Ciclo di film ad alta quota”) viene presentato il film “Il mondo in camera” alla presenza del regista imolese Mauro Bartoli, che racconta l’opera e la figura di Mario Fantin, grande e dimenticato regista nato a Bologna nel 1921 da genitori friulani.

Di formazione ragioniere, disse di sé, con umiltà e modestia: «ragioniere sono rimasto, il ragioniere dell’alpinismo extraeuropeo», lasciandoci in eredità dopo la sua morte, avvenuta suicida nel 1980, il Cisdae (Centro italiano studio e documentazione alpinismo extraeuropeo), il suo personale archivio ora custodito al Museo Nazionale della Montagna di Torino che raccoglie una messe monumentale di fotografie (100 mila), pellicole (confluite in 40 film, mai distribuiti), libri (una sessantina quelli da lui realizzati, reperibili solo sul mercato antiquario) e altro. «Ha vissuto una vita avventurosa – così il regista Mauro Bartoli, che ha impiegato dodici anni di lavoro per realizzare il film – al seguito di spedizioni dall’Africa alla Groenlandia, dall’Oriente al Sudamerica, dalle immense distese di ghiaccio alle creste esposte. Ha raccolto un’immensa quantità di materiale, che ordinava lavorando fino a sedici ore al giorno al rientro a casa, quasi sempre investendo ingenti risorse personali».

Scopre tardivamente la montagna – «fino al 1947 non avevo mai visto le Alpi», racconta nel film la voce narrante che lo incarna – e poi scala una cinquantina di vette di 4000 metri sulle Alpi, una ventina di 5000 in altre parti del mondo e porta la cinepresa fino a 6000 metri sul K2, chiamato a documentare l’impresa italiana dopo soli sei anni di salite sulle Alpi. Il film Italia K2 è stato recentemente restaurato dalla Cineteca di Bologna e presentato nell’aprile 2022 al Trento Film Festival.

Ne “Il mondo in camera” compaiono tra gli altri il grande alpinista Kurt Diemberger che ricorda quanto era difficile allora effettuare riprese in alta quota e la nipote di Fantin Valeria Tomesani che lo definiva uno zio magico perché non faceva un lavoro normale e raccontava cose meravigliose.

Il film presenta un susseguirsi di spezzoni tratti dalle pellicole di Fantin – emozionante l’apertura con i cani da slitta in Groenlandia – montati con grande sensibilità dal regista Bartoli assieme alla voce narrante di Fantin che prima di iniziare a scalare vette andò in guerra tra Albania, Kosovo e Montenegro, portando con sé macchina fotografica, lucidità e mano ferma nello scattare e documentare anche quei tragici mesi. Dalla guerra alle montagne per raccontare di avventure in luoghi estremi e “distribuire gioia anche a chi non può andare in montagna” per entusiasmare anche gli altri, con molti dubbi su di sé, consapevole di aver avuto, come gli alpinisti del K2, “tutto e niente” e una vita da precario per amore della bellezza.

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