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Dubbi come gatti randagi, parola di Benedetto Croce

Una fulminante riflessione del filosofo scomparso 70 anni fa

rita italiano
Aggiornato alle 2 minuti di lettura

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Benedetto Croce scompariva a Napoli 70 anni fa. Molto si parla di lui in questa ricorrenza. Si tracciano ritratti biografici. Se ne ripercorre il pensiero, tentando di indagarlo per individuarne le direttrici principali. Se ne enumerano le molte ricchissime pubblicazioni. Entrando, in qualche modo, nel suo operare di filosofo e studioso. E guardando, tra l’altro, a quel suo essere in un suo speciale modo legato ad affrontare dubbi e, in un certo senso, a subirne costantemente il proficuo assedio. Un complesso percorso di riflessione. Per cercare di comprenderlo occorrono, naturalmente, attenzione e impegno. Un piccolo aiuto in questo senso giunge da un’immagine fulminante coniata dallo stesso Benedetto Croce. Una analogia giocata su protagonisti insospettabili: i gatti. E, nello specifico, gatti randagi. Quelli senza padrone, indipendenti, eppure spesso bisognosi di amorevole soccorso. Tale accostamento si rintraccia, limpido, in «La filosofia e i gatti», delizioso librino pubblicato in 375 copie numerate, nell’ottobre 2015 dalla milanese Edizioni Henry Beyle, nella collana «Una frase, un rigo appena». Un oggetto pregevole in sé: «stampato su carta Ingres Fabriano, carattere Garamond Monotype corpo 11». Le sue pagine accolgono un testo di Benedetto Croce, precisando: «in “La critica. Rivista di letteratura, storia e filosofia”, volume XXXVIII, Napoli 1940, pagine 319-320».

Il piglio, come spesso accade nella scrittura di Croce, è quello dell’aneddoto narrato con brillante disinvoltura da c’era-una-volta. «“Voi che amate tanto la filosofia…”. Quando mi si rivolge un complimento di questa sorta, mi risorge subito in mente l’immagine di Eduardo Dalbono, il pittore e scrittore d’arte napoletano che aveva sempre la casa piena di gatti, vera repubblica o anarchia di gatti, maschi e femmine e né l’uno né l’altro, sani, malati, ciechi, tignosi, con una zampa di meno e li carezzava e li curava e li risanava, e la gente sorrideva e lo chiamava l’innamorato dei gatti». Dalbono si sarebbe detto semplicemente un gattaro appassionato e spassionato. Ma la realtà era assai più complicata di così e affondava nelle profonde plaghe del senso di colpa. Croce aveva scoperto l’arcano un giorno nel quale, ingenuamente, aveva detto al pittore Dalbono: «“Voi che amate tanto i gatti…”». L’ inaspettata reazione era stata rivelatrice: «Egli saltò su, punto sul vivo: “Io li amo? Ma io li odio, io ne tremo. Come posso amarli se, quando ne trovo per istrada uno sperduto, battuto, affamato, storpio, quando sento il miagolio che mi pare d’implorazione, sono costretto a prendermelo in braccio e portarmelo a casa? Li odio…”».

Un gorgo, insomma. Un’autentica palude in cui scivolare, a mezzo tra pietà e rischio di rimorso, sino a patire la minaccia dell’ossessione. Croce aveva preso atto dell’esasperazione generosa di Dalbono e da essa aveva tratto esempio e modello icastico per descrivere il proprio itinerario di pensiero. Un cammino irto di ostacoli sempre rinnovati, presenti nonostante tutto, assai simili a gatti male in arnese che miagolano lamentosi esigendo totale attenzione e immediato intervento. Uno ad ogni angolo di strada, puntuale nel richiedere, in esclusiva, spazio e considerazione. Sino al prossimo, naturalmente, un altro randagio dai grandi occhi pieni di domande. Concludeva sorridendo Benedetto Croce: «Così accade per la filosofia vera e propria: sequela di dubbi e tormenti che rinascono incessanti e costantemente nuovi, che non vi lasciano pace se non li avete risoluti e messi a posto, e che, insomma, sono tali e quali come i gatti amati-odiati dal Dalbono». Gatti che potrebbero chiamarsi Dubbi perché, come i dubbi nella materia di studio, impongono la loro presenza. Stanno là. Si appostano immobili dietro a una finestra o in un portone e da lì fissano, fissano e fissano. E non si sognano nemmeno di abbassare lo sguardo.

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