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teatro

Quell’epica Italia-Brasile 3 a 2: «Momento di unità nazionale»

Davide Enia riporta in scena oggi a Cervignano il suo spettacolo: «Nel 1982 c’erano calciatori ancora legati a una dimensione epica dello sport»

MARIO BRANDOLIN
2 minuti di lettura

Venti anni fa debuttava quello che sarebbe diventato un cult del teatro di narrazione italiano, Italia-Brasile 3 a 2, che rievocava la storica vittoria della nazionale di calcio italiana ai mondiali del 1982, consacrando il suo autore e interprete Davide Enia.

Siciliano, classe 1974, vincitore di numerosi premi tra i quali nel 2003 un prestigioso Premio Ubu speciale “per la nascita di un nuovo cantastorie”, Davide Enia è ritornato l’estate scorsa al Festival dei Due Mondi di Spoleto a quel suo cavallo di battaglia, che porta questa sera al Pasolini di Cervignano, riproponendolo in una nuova versione non solo drammaturgica, ma anche teatrale (nuovo copione, nuove luci, nuova regia, musica dal vivo con i musicisti Giulio Barocchieri alla chitarra elettrica e Fabio Finocchio alla bateria) intitolata Italia-Brasile 3 a 2. Il ritorno, nella consapevolezza che quel racconto potesse ancora parlarci.

Racconta Enia: «Il mondo è cambiato, diverse sono le urgenze, i vuoti urlano più dei pieni. I tempi sono cupi, si profila un conflitto sociale durissimo, il Covid e l’esperienza del lockdown hanno segnato uno spartiacque che rimette in discussione lo stesso dispositivo teatrale, la sua urgenza, il suo fine».

Per questo, dopo L’Abisso, il suo ultimo lavoro teatrale del 2020 sulla tragedia dei migranti in balia di scafisti senza scrupoli e di un mare spesso in tempesta, un racconto con il suo carico di disperazione e morte che Enia aveva trattato anche nel suo romanzo

Appunti per un naufragio, tornare a quello spettacolo di vent’anni fa ha un obiettivo preciso?

«Innanzitutto c’era il mio bisogno di riequilibrare l’esperienza emotivamente sfibrante de L’abisso, con uno spettacolo felice. E seppur con momenti di forte densità emotiva Italia-Brasile è uno spettacolo felice, perché porta in scena la coscienza collettiva legata all’evento sportivo in quello che fu veramente un momento gioioso di grande unità nazionale come poche volte prima e nessuna poi».

Ma nel racconto non c’è solo questo aspetto.

«No, perché poi c’è la coscienza intima che si nutre di personaggi familiari come lo zio Beppe e altri che familiari lo sono diventati, come quei giocatori. E poi anche per incontrare quelle presenze, come mio zio Beppe e Paolo Rossi su tutti, oggi che la loro assenza ha lasciato un buco luminoso. È un modo di tornare a far dialogare i vivi e i morti, che è alla fine il senso di tutto».

Il mondo è cambiato in questi vent’anni, però.

«Ed è cambiato in peggio, perché secondo il mio punto di vista, quello che era il desiderio dei corpi, dell’esultanza negli abbracci, oggi è diventato tristemente categoria delle merci. In particolare nel mondo del calcio. Che dire spoliticizzato è ancora fare un complimento: quelli erano calciatori chiese gli andava bene si compravano il bar nel paese dove erano nati: erano calciatori ancora legati a una dimensione epica dello sport».

Quanto al teatro?

«Quello che mi sento di dire è che la pandemia con la chiusura dei teatri è stata un duro colpo. Nessuno in quel frangente ha pensato a qualcosa che potesse poi rivitalizzarlo, farlo esistere in sintonia cin i tempi. Tutto è ripreso come prima, quando tutto non è come prima».

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