Ferriera di Servola, confronto Fedriga-Arvedi. Sindacati sul piede di guerra

Primo faccia a faccia fra governatore e proprietario dello stabilimento in piazza Unità. E i lavoratori intanto proclamano lo stato di agitazione: «Nessuno ci coinvolge»

TRIESTE. Il governatore Massimiliano Fedriga e il cavalier Giovanni Arvedi si incontrano per la prima volta, scegliendo come campo neutro un tavolo del ristorante dell’hotel Duchi d’Aosta. Negli stessi minuti le tute blu della Ferriera di Servola si riuniscono nell’assemblea convocata dalle Rsu e dalle segreterie provinciali dei sindacati metalmeccanici, dichiarando lo stato di agitazione, che potrebbe essere preludio di un autunno che i rappresentanti dei lavoratori già preannunciano caldo. Succede ieri, attorno all’ora di pranzo.

E succede per puro caso, perché l’assemblea sindacale era convocata da tempo, mentre la venuta dell’imprenditore cremonese è stata decisa e tenuta in gran segreto fino all’ultimo momento. Regione e Siderurgica Triestina calano il massimo riserbo sui contenuti della prima volta tra Fedriga e Arvedi. Un pranzo di un’ora, a cui il presidente della giunta si è presentato con il direttore generale Franco Milan, mentre l’imprenditore si è fatto accompagnare dall’ex direttore di stabilimento e oggi consulente Francesco Rosato.

Da quanto trapela, il dialogo sarebbe stato cordiale, nonostante le tensioni verificatesi nell’avvicinamento alla recente Conferenza dei servizi, dopo la relazione con cui Arpa ha dato un ultimatum all’azienda per verificare l’effettiva consistenza dell’inquinamento della falda intrisa di benzene. Dalla giunta filtra comunque cauto ottimismo rispetto al possibile interesse di Arvedi a considerare l’ipotesi di una trattativa con eventuali investitori intenzionati a rilevare l’area o parte di essa, per trasformarla in zona deputata alla logistica.

Fedriga avrebbe ribadito di non voler cercare lo scontro frontale, ma di puntare comunque a ottenere l’obiettivo promesso in campagna elettorale, ovvero la chiusura dell’area a caldo. I sindacati proclamano intanto lo stato di agitazione a causa della mancata convocazione che le parti sociali hanno domandato alla Regione. Per Marco Relli (Fiom), «non è accettabile che Regione e proprietà ci lascino fuori dall’interlocuzione, in una fase di attacchi della politica e ambiguità industriale dell’imprenditore. Sta accadendo quando successo a Piombino, dove hanno mandato 2.100 persone in cassa integrazione.

Non si fermerà l’impianto finché non ci sarà copertura totale per tutti i lavoratori». Umberto Salvaneschi (Fim) nota che «la Regione non ci ha ancora ricevuti, ma si sbagliano di grosso se stanno perseguendo altre soluzioni senza coinvolgere i lavoratori. Vogliamo il mantenimento dei livelli occupazionali, in primis dell’area a caldo: ci convochi anche Zeno D’Agostino per dire quale idea del futuro ha l’Autorità portuale».

Christian Prella (Failms) dice che «oltre cinquecento famiglie dipendono dallo stabilimento: non abbiamo alternative, sarà un autunno caldo». Secondo Antonio Rodà (Uilm), «la Regione fa affermazioni preoccupanti e non convoca il tavolo, mentre l’imprenditore non dà riscontro alla nostra richiesta di convocazione.

Oggi si vedono intanto Fedriga e Arvedi: c’è il rischio di decisioni prese sulla testa dei lavoratori, senza coinvolgimento delle parti sociali». Per le Rsu parla Franco Palman (Uilm): «Non faremo sconti a Regione e società. La proprietà tiri fuori investimenti seri e un piano industriale, invece di incontrare la politica mettendo all’angolo i lavoratori».

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