Decreto Dignità, la rabbia degli industriali. Zoppas: «Salvini venga in Veneto»

Matteo Zoppas, presidente Confindustria Veneto

Aspre critiche al Dl Dignità, approvato ieri, dal territorio di elezione della Lega di Salvini e Zaia. Vescovi (Confindustria Vicenza): «Le forze che sostengono questo governo non hanno il coraggio di ascoltare le imprese»

VENEZIA: «Noi nutriamo profondo rispetto nei confronti delle istituzioni quindi ci aspetteremmo altrettanto rispetto da chi rappresenta per elezione le aziende del nostro territorio». Matteo Zoppas dalle colonne de La Repubblica attacca frontalmente il Governo giallo-verde sul Dl Dignità e in particolare l’anima leghista che, è opinione comune su questi territori, ha tradito quello che dovrebbe essere il suo interlocutore, la piccola, piccolissima ma anche la media e grande impresa.

«Non condivido le accuse – dice Zoppas - e i sottintesi che ho sentito nei giorni scorsi. Anzi, mi stupiscono proprio per la vicinanza quotidiana che abbiamo con gli elettori della Lega. Venga in Veneto, Salvini, gli organizzo un incontro con gli imprenditori più rappresentativi in modo che possa toccare con mano le nostre ragioni». Quelle note, espresse in tutti i modi e in tutte le sedi possibili: «Oggi più che mai c’è bisogno di politiche espansive per poter agganciare la ripresa ed essere competitivi. I danni del decreto dignità si paleseranno nel medio e nel lungo periodo».

Si è parlato di un vento anti impresa nel Veneto, e alle critiche mosse a Salvini e i suoi si è unito anche il presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi. «Prendiamo atto che le forze che sostengono questo governo - ha detto ieri il leader degli industriali vicentini - non hanno avuto il coraggio di ascoltare la voce delle imprese, le quali si sono espresse in modo unanime sulle criticità del cosiddetto decreto dignità. Ma bisogna anche ricordare che lo hanno fatto in modo aperto, proponendo delle alternative di mediazione affinché ai sani principi che hanno mosso questo provvedimento potessero corrispondere delle modalità che fossero coerenti e sostenibili per il mondo del lavoro».

«Ci era stato detto - prosegue Vescovi - che si sarebbe dovuto attendere il termine dell'iter parlamentare per esprimere giudizi, perché le imprese sarebbero state ascoltate e i miglioramenti sarebbero stati fatti. Non possiamo riscontrare, nei fatti, nulla di tutto questo. Oggi invece possiamo dire che le imprese italiane sono meno concorrenziali. Questo decreto parte dal presupposto sbagliato che persistano, tra imprese e i lavoratori, le contrapposizioni di 40 anni fa. Le aziende export oriented del Nordest si sono profondamente rinnovate, corrono nei mercati mondiali, sono parte integrante del polo manifatturiero europeo. La parola delocalizzazione è una storpiatura: molte PMI vincenti del nord Italia sono imprese internazionalizzate, i cui impianti esteri sono parte integrante di una filiera altamente integrata, in cui ricerca e sviluppo e produzioni di alta gamma rimangono in Italia, creando valore. Questo provvedimento è sciagurato proprio perché denuncia una mancanza di conoscenza del funzionamento della realtà manifatturiera internazionalizzata europea. Infine, per non farci mancar nulla, tra questo provvedimento, voci no TAV, no TAP, no Ilva, no tutto, stiamo dicendo che come Paese siamo inaffidabili e che per chi vuole investire, stranieri e soprattutto italiani, ci sono solo due vie: o essere più prudenti, investire di meno e vedere cosa succede nel mentre o, come sta già facendo qualcuno - conclude - investire altrove».

 

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