Crédit Agricole porta i “village” in Italia, un centro di innovazione anche a Nordest

Maioli: «La banca del territorio è finita». E lancia il marchio unico

PARIGI. La banca del territorio ormai «è finita, è una cabina telefonica», dice con una metafora calzante Giampiero Maioli, responsabile di Crédit Agricole Italia, la sfida è diventare glocal. Per questo l’innovazione per il gruppo bancario presente in 49 Paesi al mondo e con 52 milioni di clienti (4 in Italia) passa attraverso il sostegno alle startup che meglio esprimono la vocazione dei territori. Ma non solo: passa da un piano industriale triennale che «sarà presentato entro marzo» e anche da una nuova ragione sociale in Italia – Crédit Agricole Italia – e da un marchio unico (con il logo del gruppo) che supera le vecchie identità. «Perché è il mercato che ce lo chiede. Le piccole banche – sempre Maioli – oggi fanno paura ai clienti».

Il progetto “Le village”, presentato a Parigi alla stampa, dal 5 dicembre sbarcherà in Italia, a Milano, con un piano che prevede nei prossimi due anni l’apertura di altri quattro centri. È molto più di un incubatore di impresa o di uno spazio di coworking. Oltre a individuare il luogo – a Parigi l’ex sede del partito Repubblicano, 5 mila metri quadrati in pieno centro (un posto scrivania costa 450 euro il mese contro i mille del mercato), a Milano saranno 2.700 metri quadri in un ex convento del 1400 – la banca mette in rete i partner economici, coordina la commissione che seleziona le imprese, ne segue gli step e la crescita, aiuta quelle valide a sviluppare il business. E non necessariamente fa proprie quelle innovazioni perché, come spiega Carlo Piana, direttore generale di Crédit Agricole Friuladria e sponsor del progetto, «Noi non facciamo venture capital (ndr la banca non partecipa al capitale nella startup) ma avendo per esempio piattaforme come Amundi (ndr e società di asset manager che investe sui mercati finanziari per conto terzi), possiamo far conoscere i giovani imprenditori agli investitori».

E l’obiettivo finale è creare i clienti di domani. In Francia, in cinque anni, sono sorti 27 villaggi dell’innovazione che hanno coinvolto 705 imprese e 486 partners. Per questo la selezione è dura: l’impresa deve avere dai 6 ai 36 mesi, produrre fatturato e, dopo 12 mesi dall’insediamento, avere indicatori chiave in positivo. «Tutte le società del gruppo sono diventate partner del progetto – ha sottolineato Piana – e questo indica una comunità di intenti importante». Maioli ha evidenziato: «Il gruppo punta a distribuire l’innovazione nel territorio con i villaggi. Uno dei rischi che vedo in Italia è la centralizzazione degli investimenti in innovazione su Milano. Noi applichiamo la logica inversa. Tu puoi diventare banca glocal se non perdi il rapporto con il territorio. L’impegno è ad aprire questo circuito e farlo diventare europeo. Ora in Italia, poi in Spagna, Polonia, ecc».

Dopo Milano toccherà a La Spezia, Parma, Nordest e Napoli. Nel Triveneto «sarà tra Venezia e Padova, in collaborazione con Ca’ Foscari. Il prossimo anno individueremo la sede, nel 2020 l’apertura» ha pronosticato Piana. Il Friuli Venezia Giulia, dove Friuladria ha 16 mila soci, è poco strategico? «Più che altro qui c’è già un centro di innovazione importante a Trieste, con il quale stiamo creando contatti per una futura collaborazione» ha chiarito. Ogni centro ha una sua vocazione, per il Nordest si pensa a «meccanica di precisione, ma anche big data» . Dipenderà dalla risposta delle imprese.

Pane integrale alle erbe aromatiche e semi oleosi

Casa di Vita