Riscaldamento domestico, come dovrà trasformarsi l’insostenibile inquinatore invisibile

Provoca più del 60% del monossido di carbonio e delle polveri sottili nelle aree urbane: per riscaldarci paghiamo un prezzo enorme, in termini ambientali, economici e per la nostra salute. La soluzione è investire in rinnovabili termiche non inquinanti, come spiega Riccardo Bani, presidente Arse
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Traffico stradale e aereo, trattamento dei rifiuti, pesticidi e insetticidi, incendi di varia origine. Eppure c'è anche il riscaldamento abitativo tra le cause maggiori di inquinamento atmosferico, come confermano diversi studi, tra cui quelli pubblicati dall'ISPRA, secondo cui le voci più pesanti dell'inquinamento da particolato PM 2,5 sono proprio il riscaldamento e gli allevamenti intensivi di animali. Rispettivamente con il 38% e il 15,1%. Un inquinatore invisibile, a cui non pensiamo. «Credo sia innanzitutto un tema di cultura e forse di maggior ”impatto visivo« – spiega Riccardo Bani, Presidente dell'Arse, Associazione Riscaldamento Senza Emissioni – dei mezzi di trasporto rispetto alle caldaie e ai camini, che sono indubbiamente meno visibili».

Ma i dati parlano chiaro, continua Bani: «Oltre il 60% del monossido di carbonio e delle polveri sottili presente nelle aree urbane sono attribuibili al riscaldamento».

Un settore in stallo
E in Italia, ad oggi, l'unico settore dove sembrano non esserci ancora alternative all'uso dei combustibili fossili è quello del riscaldamento. Sembra ancora necessario dover bruciare qualcosa per scaldarci, ed è per questo che è la principale fonte di inquinamento soprattutto nelle aree urbane. «Eppure – insiste Bani – è possibile far ricorso a fonti rinnovabili non inquinanti per scaldare edifici, limitando le emissioni nocive». E porta una serie di dati: «Fatto 100 i consumi finali lordi di energia termica, l'81% è generata da combustibili fossili. La quota rinnovabile è del 19%, ma in realtà solo il 5% è a zero emissioni». Il rimanente 14% è rappresentato dalle biomasse solide (pellet, cippato, legna) che, continua il presidente di Arse, ancor più dei combustibili fossili sono i principali colpevoli dell'incremento delle polveri sottili.

Un settore in stallo, dunque, in un Paese, il nostro, dove pure negli ultimi quindici anni si è assistito a una crescita esponenziale della produzione da fonti rinnovabili, eolico e fotovoltaico, che oggi coprono il 35% dei consumi elettrici, con 800.000 abitazioni autosufficienti dal punto di vista energetico. L'Arse nasce proprio per promuovere un nuovo modello di riscaldamento, lavorando alla riduzione delle emissioni prodotte dall'uso dei combustibili fossili nel riscaldamento, in particolare nelle aree urbane, e per la diffusione delle rinnovabili termiche realmente non inquinanti.

Riscaldamento sostenibile; che cos'è e come funziona
Ma, concretamente, quando si parla di riscaldamento sostenibile, a cosa ci si riferisce, o meglio a cosa si riferisce Arse? «Bisogna sviluppare e investire in rinnovabili termiche non inquinanti – spiega Bani – Arse intende impegnarsi nella promozione della geotermia a bassa entalpia applicata alle pompe di calore ad alta temperature ed elevata efficienza. Che vuol dire, grazie alle pompe di calore di nuova generazione e alla loro tecnologia, prelevare il calore a bassa temperatura (tra 10 e 15 °C) direttamente dalla natura (acqua di prima falda o terreno) e portarlo ad alte temperature».

Secondo Bani i vantaggi sull'ambiente di questa pratica sono diversi: «Oltre al ricorso a risorse naturali, elemento non trascurabile è l'adattabilità di questa tecnologia agli impianti di riscaldamento a radiatori, che rappresentano il 90% del nostro edificato e che fino ad oggi non potevano adottare questa tecnologia perché utilizzabile solo negli edifici riscaldati da pannelli radianti a temperature basse (inferiori ai 35-40 °C). Forse pochi lo sanno, ma oggi grazie all'evoluzione di una tecnologia nata alla fine dell'800, peraltro come fotovoltaico e auto elettrica, ed enormemente perfezionata per più di un secolo, è possibile adottare efficacemente la pompa di calore in sostituzione di una caldaia, con notevoli benefici ambientali, sanitari ed economici».

Benefici ambientali ed economici
Benefici ambientali ed economici ”enormi« li definisce il Presidente di ARSE. «Per produrre 100 unità di calore una caldaia deve bruciare da 105 (caldaie più efficienti) a 120 (caldaie vecchie) unità di energia chimica (combustibile). Una pompa di calore in soluzione geotermica per produrre le stesse 100 unità di calore preleva 70-80 unità di energia termica dall'acqua (o dal terreno) e solo 20 – 30 unità di energia elettrica. L'adozione nel lungo periodo di una soluzione del genere comporterebbe benefici di rilievo: potremmo immaginare interi quartieri o aree urbane a emissione zero. In termini ambientali: assumendo una diffusione della tecnologia nel 10 % degli edifici potremmo ottenere una riduzione di emissioni di CO2 pari a 10,5 milioni di tonnellate all'anno».

E anche sul fronte risparmio economico le cifre sono allettanti. «Secondo l'ISTAT la spesa per consumi energetici di una famiglia tipo rappresenta la terza voce di costo, dopo la spesa per l'abitazione e quella per i prodotti alimentari. Della spesa per consumi energetici il riscaldamento è la parte preponderante. Il ricorso alla geotermia nel settore del riscaldamento porterebbe innanzitutto a eliminare il combustibile fossile dall'abitazione aumentando l'autosufficienza energetica e ridurrebbe la spesa per riscaldamento del 50%-75%. Sempre assumendo una diffusione del 10% di cui parlavamo prima, il risparmio economico per le famiglie potrebbe essere di 3,8 miliardi di euro all'anno. A livello micro, il ricorso a forme di riscaldamento di questo tipo aumenterebbe la sicurezza nell'immobile, dovuta all'assenza di combustibili, e ne incrementerebbe la classe energetica e il valore sul mercato. Infine abbinata ad un impianto fotovoltaico renderebbe l'abitazione di fatto completamente autosufficiente sotto il profilo energetico». L'economia nazionale, secondo Bani ne avrebbe vantaggi, in generale: «Anche la bilancia commerciale nazionale ne gioverebbe, grazie alla riduzione delle importazioni di combustibili fossili, con vantaggi in termini di maggior sicurezza degli approvvigionamenti energetici. A questo dovremmo sommare i minori costi sanitari che oggi l'inquinamento atmosferico genera. L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che in Europa i costi economici associati all'inquinamento atmosferico siano circa il 10% del PIL».

Un punto fondamentale, quello della salute, mai come ora. Forse la catastrofe del Coronavirus può contribuire a costruire un futuro più ecologico, ripartendo anche dalle nostre case. In questo senso la svolta annunciata dal Decreto Rilancio sugli incentivi fiscali alla riconversione termica ed energetica degli edifici, potrebbe essere un primo auspicabile passo in avanti.