Il miracolo del vino che viene dal web

Un nuovo modo di coltivare la terra: viaggio nelle vigne del Monferrato connesse alla Rete. Dove si produce anche un ottimo vino da messa. Il produttore: "Ieri dovevo controllare tutto da vicino, oggi bastano alcuni sensori e un'app"
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Vino da messa di alta qualità, prodotto grazie a delle vigne, connesse al Web, trattate con pochissima chimica. Il miracolo avviene grazie ad un sensore e alla piattaforma online iXemWine, opera del Politecnico di Torino, che dei filari possono dire tutto: umidità dell'aria, temperatura, vento, bagnatura fogliare, umidità del terreno. Riescono così a dire se c'è il rischio di infezioni o presenza di parassiti sulle piante limitando al minimo indispensabile trattamenti e trattori. Per avere un'idea delle potenzialità dell'Internet delle piante, o forse dovremmo dire l'Internet dell'agricoltura, bisogna andare nel Monferrato, Piemonte, da Enrico Orlando. Cinquacinque anni, a capo dell'azienda agricola Ca' Richeta, lo incontriamo mentre tiene in mano uno smartphone e scorre le condizioni dei suoi campi sparsi per la valle. Produce Barolo, Nebbiolo, Passito e appunto vino da messa, quello bevuto dai sacerdoti per la Consacrazione, che va realizzato rigorosamente secondo metodi naturali.



"Un tempo mi dovevo alzare un'ora prima e fare il giro di tutti gli appezzamenti per controllarli uno ad uno", racconta Orlando. "Chilometri da percorrere, tempo, benzina consumata e il pericolo di spargere qualche prodotto senza che fosse necessario. Oggi apro una app e so già come stanno le cose. Anzi, posso vedere anche i dati dei sensori installati da altri viticultori più a sud o a nord capendo, secondo le stagioni, se il maltempo sta arrivando da una parte o dall'altra".

Gli iXem Labs del Politecnico di Torino, guidati da Daniele Trinchero, all'ingegneria e l'Internet delle cose hanno unito la passione per le zone rurali. È nata così una rete di "agricoltori smart" che stanno ottimizzando i lavoro nei campi sfruttando i dati prodotti dalle centraline che riescono a mandare un segnale anche a decine se non centinaia di chilometri di distanza. Un sistema di trasmissione grazie al quale è stato stabilito un record mondiale a dicembre del 2019, 700 chilometri, che non serve per fruire film in streaming, ovviamente, ma per connettere l'agricoltura e non lasciarla fuori dalla rivoluzione digitale. Il segnale telefonico manca in tante aree e il 5G, almeno per i prossimi anni, non riuscirà a colmare questa falla. Di qui l'idea di una Rete indipendente, libera, capillare e aperta capace di operare ovunque, che funziona con antenne piccole che non hanno bisogno di una ricarica continua. I sensori infatti operano con normali batterie stilo da cambiare una volta ogni sei anni.

"Il contadino parte da un presupposto: il lavoro di un anno è nella produzione, che non può in nessun caso essere messa a rischio", spiega Enrico Orlando. "Piove? Il giorno dopo si prende il trattore e si dà il verderame, che magari non serve. E ogni volta che si accende il trattore è una spesa. In questa zona l'uva arriva ad un valore di ottomila euro l'ettaro. Mille euro di trattamenti in meno, oltre che all'ambiente fa bene anche alle tasche. Ecco perché è importante questa rivoluzione. Ci sono produttori che fanno circa diciassette o diciotto trattamenti l'anno. Io ne faccio al massimo dieci".

Viene quindi da chiedersi come mai l'Italia intera non abbia adottato in massa sistemi simili. La risposta è nella lettura dei dati. Se il sensore tramite la app comunica una bagnatura della foglia fra le due e le sei del mattino, poi registra la foglia asciutta che torna ad esser bagnata in serata, bisogna capire cosa fare. Molti non hanno idea di quali malattie o parassiti possano nascere in quelle condizioni. Bisogna aver fatto la scuola di agraria. "Serve un agronomo", sintetizza Daniele Trinchero. "Il sistema di collegamento delle piante alla Rete è solo un tassello, perché diventi una vera risorsa è necessaria una cultura differente". Ed è quella che manca, così come manca la fiducia nella tecnologia, che è poi uno dei tanti volti del cosiddetto digital divide.

Secondo la Research Dive, l'agricoltura smart dovrebbe passare dai 9 miliardi di dollari del 2019 a 25 miliardi entro il 2027. Poca cosa rispetto ad un mercato che Research And Markets valuta in oltre 700 miliardi di dollari ed impiega un miliardo di persone stando alla Banca mondiale. Da noi gli addetti sono poco più di un milione: per numero di occupati l'Italia è il primo Paese in Europa (stime Istat).

Enrico Orlando, quando hanno montato il primo sensore che è già progettato per resistere alle intemperie, non capendo bene come funzionasse e nel timore che si potesse rovinare lo ha protetto con la plastica. Oggi ha per le mani un sistema di rivelazione fra i più precisi sviluppati in Italia ma ricorda ancora la diffidenza iniziale. "È una questione di mentalità". Ma è anche una questione di investimenti: nella zona del Barolo l'uva costa 5 euro al chilo, nel Monferrato solo uno. Dove il raccolto è prezioso, le aziende vengono spinte verso la tecnologia per evitare sprechi e massimizzare il risultato. Altrove la motivazione è minore e il digital divide rischia di diventare un baratro. Da una parte la nuova agricoltura di precisione, nelle zone più ricche, dall'altro il resto del Paese. Ed è quello che il Politecnico di Torino sta cercando di evitare.