La pandemia farà bene all'ambiente? No, a conti fatti saranno più i danni che i benefici

I ricercatori della Vivid Economics hanno elaborato un Greenness Stimulus Index per misurare la sostenibilità ambientale delle misure economiche messe in campo dai diversi governi per rilanciare le attività produttive colpite dal Covid: in 16 nazioni del G20 hanno prodotto un aumento delle emissioni di CO2 anziché una loro riduzione
2 minuti di lettura
Alla fine il Covid potrebbe avere un impatto devastante anche sull'ambiente. Le immagini della natura rinata durante il lockdown, dell'aria tornata pulita e dei delfini nelle acque dei porti ci avevano forse illuso che ci fosse almeno un risvolto positivo. Ma, conti alla mano, i miliardi che si stanno mettendo in campo per stimolare la ripresa delle economie, dopo la batosta della pandemia, dal punto di vista ambientale produrranno più danni che benefici. Lo si deduce da un dettagliato rapporto stilato da Vivid Economics, una società di consulenza con sedi a Londra, Amsterdam e Washington. I ricercatori della Vivid hanno elaborato un Greenness Stimulus Index per misurare la sostenibilità ambientale delle misure economiche messe in campo dai diversi governi per rilanciare le attività produttive colpite dal Covid. Ebbene questo indice è negativo per 16 dei Paesi del G20: vale a dire che, per esempio, in tutte queste nazioni gli incentivi hanno prodotto un aumento delle emissioni di CO2 anziché una loro riduzione.

Se si va a esaminare la classifica in dettaglio, si scopre che l'Unione Europea ha erogato incentivi il cui Greenness Stimulus Index è positivo e vale oltre 40, in una scala da zero a 100. Positivo anche il bilancio per Francia, Spagna, Regno Unito e Germania. Tra i grandi paesi europei si distingue l'Italia, il cui indice è invece negativo: quasi -20. "Un punteggio negativo che è principalmente guidato dalle sue prestazioni ambientali di base", si legge nel rapporto, che evidenzia anche come siano controverse le misure messe in campo dal governo, come l'intervento su Alitalia o l'ecobonus edilizio. Non conforta il fatto che stiano messi molto peggio gli Usa (-55), la Cina (-61), la Russia (-82).

Un fallimento colossale, se si considera lo sforzo finanziario messo in campo: quasi 13 mila miliardi di dollari stanziati in tutto il mondo per gli aiuti ai settori in difficoltà, di cui meno di 4mila indirizzati a settori direttamente collegati alle emissioni di CO2, come agricoltura, industria, rifiuti, energia, trasporti. Eppure già in primavera, nel corso della prima fase acuta della pandemia, molti voci si erano levate per invitare la politica a cogliere l'occasione di trasformare una grave crisi in una opportunità di cambiamento. "Spero che i nostri politici imparino qualcosa da questa crisi", è l'auspicio di Geoffrey Sachs, economista e teorico dello Sviluppo sostenibile alla Columbia University di New York. "Occorre saper guardare lontano e pianificare il futuro. Questa esperienza dovrebbe farci riflettere: le nazioni occidentali hanno fatto molto peggio delle nazioni dell'Asia orientale".

"Occorrono politici saggi che danno ascolto agli scienziati e non cattivi politici che rimandano la soluzione dei problemi alle generazioni future", gli fa eco il giornalista e attivista americano Alen Weisman, autore del celebre saggio Il mondo senza di noi. "Trump diceva: usiamo i combustibili fossili perché è il sistema più rapido per produrre energia e uscire dalla crisi. Ma questo apparente vantaggio immediato si tradurrà in costi enormemente maggiori con l'aggravarsi del cambiamento climatico".

E in Europa? "A parte alcune eccezioni come Von Der Leyen, Timmermans e Merkel, manca una leadership politica forte", risponde Paolo Vineis, epidemiologo ambientale all'imperial College di Londra. "Non resta che confidare in una nuova generazione di imprenditori illuminati". Capaci magari di far diventare positivi i Greenness Stimulus Index di tutti i paesi, Italia compresa.